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Una tassa patrimoniale all'orizzonte

La proprietà è sotto attacco

Nella giornata inaugurale dell'indagine conoscitiva sulla riforma fiscale avviata dalle Commissioni Finanze di Camera e Senato il direttore dell'agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini elencò i mali del fisco: 1.200 modifiche al Testo Unico sulle imposte sui redditi, 1.000 interventi sul decreto Iva e 500 sulle regole dell'accertamento, che hanno prodotto il caos attuale. Serve perciò innanzitutto, semplificare, e varare testi unici di tutta la normativa dopo averla sfoltita. 
Anche Bankitalia aveva insistito su una forte semplificazione, proponendo un maggior prelievo sul possesso di immobili, con una revisione dei valori catastali, e sui consumi aumentando l'Iva, “il confronto internazionale – aveva spiegato Giacomo Ricotti, Capo del Servizio Assistenza e consulenza fiscale di Bankitalia – mostra come il livello di prelievo effettivo sui consumi in Italia sia tra i più bassi in Europa. “ed anche per gli immobili occorrerebbe un ampliamento della base imponibile dei prelievi esistenti, attraverso una revisione dei valori catastali. 
Non ultimo per il presidente della Corte dei conti, Guido Carlino, sempre in audizione nel corso della medesima indagine, pur ritenendo “necessario procedere a una riduzione dell'onere fiscale”, per avere maggiore equità e per garantire comunque gettito allo Stato, la soluzione migliore potrebbe essere “una patrimoniale” che colpisca sia il patrimonio personale che famigliare, quindi gli immobili (anche la prima casa), gli investimenti e la previdenza complementare. “Una valutazione preliminare - aveva continuato Carlino - dovrebbe riguardare la caratteristica del prelievo, che da reale potrebbe essere trasformato in personale, considerando dunque tutte le forme di patrimonio ed, eventualmente, la base familiare anziché individuale”. 
Tutte queste proposte vanno incredibilmente in direzione del tutto opposta a quello che servirebbe per la ripresa economica: 1) occorre rilanciare i consumi, per far ripartire la produzione di beni e servizi ed invece li tassiamo per scoraggiarli; 2) occorre aiutare il settore che più crea occupazione generalizzata e muove tutti gli altri settori indotti (dalla produzione del cemento, alle piastrelle, ai prodotti di arredo, all'elettricità, alle rubinetterie, al mobile ed agli infissi) e noi tassiamo proprio il motore di tutto questo, cioè l'industria delle costruzioni, di quelle case che nessuno comprerebbe più e nessuno ne farebbe un investimento. Eppure noi stiamo già scontando una patrimoniale sugli immobili – l'IMU - , che pesa per 22 miliardi. 
In pratica quella che è all'orizzonte sarebbe una “articolata revisione” per il ministro dell'Economia, Daniele Franco, secondo quanto scritto nella premessa al Documento di Economia e Finanza approvato dal Consiglio dei ministri, a partire dal prelievo dell'imposizione personale. Anche se il responsabile economico della Lega, Alberto Bagnai, e il capogruppo in commissione Finanze della Camera, Alberto Gusmeroli, hanno detto subito che non ci pensano proprio a tagliare il reddito delle famiglie, aumentando l'Iva ed introducendo patrimoniali. Cosi come il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, il quale ha dichiarato “Abbiamo detto a Draghi che non accetteremo nessuna patrimoniale ma magari si pensi a un uso dei fondi privati: il governo chiami a raccolta i cittadini e le imprese che vogliono investire". 
Ancora una volta, per l'ennesima volta, con l'alibi di riordinare il sistema fiscale, che pur è necessario, si torna alla carica per introdurre tasse sul patrimonio, come se in Italia non esistano già altre tasse di questo tipo. Una è l'Imu, che si paga sugli immobili, con esclusione della prima casa; la seconda è la Tari, una tassa per lo smaltimento dei rifiuti, che nella realtà è un'altra imposta patrimoniale, calcolata in base ai metri quadrati di case e uffici, anche se da più di un anno nelle seconde case non si è potuti andare e gli uffici sono rimasti in gran parte vuoti. 
A ciò si aggiunga che tutte le persone oneste, proprietari di case, stanno vivendo la terribile ingiustizia per il continuo blocco degli sfratti, che consente anche ad un moroso incallito, che non paga l'affitto e le spese condominiali da anni, di non restituire la casa, pur avendo una esecuzione di sfratto emessa da un tribunale, quando non si conosceva neanche l'esistenza del Covid. Naturalmente il contino e inaccettabile blocco degli sfratti non fa altro che tutelare questi cattivi pagatori ed incentivare la morosità. Esiste infatti una notevole differenza tra coloro che non possono pagare un affitto perché hanno perso il lavoro per la pandemia e coloro che non pagano da anni, per cui bisognerebbe distinguere le situazioni. In pratica andrebbero analizzate le diverse condizioni di chi possiede l'appartamento, di chi è moroso, di chi è occupante abusivo, di chi non paga perché è rimasto senza reddito. Insomma c'è sfratto e sfratto. Perché si mette sullo stesso piano un approfittatore abusivo e un inquilino onesto in oggettive difficoltà economiche? 
Bisognerebbe perciò cancellare almeno l'Imu per il 2021 per tutti i proprietari interessati, ai quali è stato imposto di mantenere il proprio inquilino moroso. Il proprietario almeno non venga gravato di tasse su qualcosa di cui non può disporre. Se si vuole aiutare con questo provvedimento inquilini onesti in situazione di reale necessità, si potrebbe intervenire: o erogando degli indennizzi adeguati ai proprietari o indennizzindo gli stessi affittuari, tutelando da una parte il proprietario di case e dall'altra il conduttore indigente. 
I proprietari di casa nel nostro Paese non sono ricchi possidenti, spesso sono piccoli e piccolissimi risparmiatori per i quali  l'introito del canone rappresenta una parte fondamentale del proprio reddito e di cui proprio in questo momento avrebbero particolarmente bisogno. 
La verità è che questo attacco contro la proprietà immobiliare privata ormai viene portato, oltre che da certe forze politiche nel nostro Paese, anche a livello globale dai grandi centri finanziari, che addirittura suggeriscono questa strategia nei loro influenti mezzi di informazione come si può rilevare dal primo numero del 2021 dell'“Economist”, il settimanale dei Rotschild, secondo il quale “L'orribile errore immobiliare dell'Occidente ha causato invidia e malcontento” perché: “La proprietà della casa è il più grande errore di politica economica dell'Occidente. E' un'ossessione che mina la crescita, l'equità e la fede pubblica nel capitalismo”... “E' urgentemente necessaria una nuova architettura”... perché regolamenti poco chiari proteggono un'élite di proprietari di case esistenti e impediscono agli sviluppatori di costruire i grattaceli e gli appartamenti che l'economia moderna richiede. Gli affitti elevati e i prezzi delle case che ne derivano rendono difficile per i lavoratori spostarsi dove si trovano i posti di lavoro più produttivi e hanno rallentato la crescita”. Quanto espresso da “Economist” è il programma del Forum di Davos che contempla la soppressione della proprietà degli alloggi e la loro confisca”.... i cittadini dovrebbero perdere per sempre la proprietà privata di qualsiasi bene. Anche l'Istituto Mises, think tank dell'ideologia liberista, segnalava già nel 2016 la volontà di abolire la proprietà privata da parte del Forum di Davos e si allarmava per questo in un suo rapporto. In “Welcome to 2030”, una pubblicazione per il World Economic Forum, Ida Auken, già ministro danese dell'ambiente dal 2011 al 2014, immagina un mondo in cui “non possiedo nulla, non ho privacy e la vita non è mai stata migliore”... “In questo suo nuovo mondo idilliaco, le persone hanno libero accesso a mezzi di trasporto, alloggio, cibo “e tutte le cose di cui abbiamo bisogno nella nostra vita quotidiana”. Dato che queste cose diventeranno gratuite, “non ha avuto senso per noi possedere molto”. Non ci sarebbe la proprietà privata nelle case e nessuno pagherebbe l'affitto, “perché qualcun altro sta usando il nostro spazio libero ogni volta che non ne abbiamo bisogno”. Del resto, lo stesso Forum di Davos ha titolato uno dei suoi studi: “Il capitalismo ha bisogno del marxismo per sopravvivere alla quarta rivoluzione industriale?” perché: “La proprietà privata è di ostacolo al capitalismo”, come afferma l'“Economist” dei soliti Rotschild. 
Purtroppo il rischio che stiamo correndo è veramente grande, perché nel momento in cui si comincia a sottrarre beni in modo arbitrario, di fatto si toglie la libertà, dunque togliendo la proprietà togli la libertà. La proprietà è il pilastro della libertà individuale e senza proprietà privata non c'è democrazia che funzioni, essendo una risorsa che protegge contro il potere arbitrario. 
Ma questo attacco alla proprietà privata è ancora più pericoloso perché in fondo si vuole distruggere la famiglia naturale, che ne rappresenta il principale baluardo, come ha confermato lo stesso il finanziere d'assalto e speculatore internazionale George Soros: “E’ la famiglia dove “il lavoro riproduttivo è così ferramente legato al genere” (sic), alla “proprietà privata fondiaria”, alla “genitorialità patriarcale e (spesso) all’istituzione del matrimonio”, “che vi rende  attaccati alla “proprietà privata” degli immobili, della vostra casa e terreni,  che crea in voi lo stupido proposito di lasciarle   in eredità ai figli e nipoti”. La famiglia, dunque, per questa élite di “illuminati” rappresenta uno dei maggiori ostacoli alla Società del Noleggio che, abolita la famiglia, realizzerà lo sposalizio fra Comunismo e Superconsumismo capitalista. Del resto un'ulteriore conferma della filosofia contro la proprietà privata è data dalla scelta che a  New York il  governatore Cuomo ha scelto Eric Schmidt: ex amministratore delegato di Google, a “dirigere una commissione di “eccellenti” per impostare la realtà post-Covid dello Stato di New York”, e specificamente per “integrare la tecnologia in modo permanente in ogni aspetto della vita civile”. Schmidt è presidente di due entità: il National Security Commission on Artificial Intelligence  (NSCAI) e del Defense Innovation Board.  Nel maggio 2019, parlò “del vantaggio competitivo della Cina”  in una serie di settori, tra cui le diagnosi mediche”, i veicoli autonomi, le infrastrutture digitali. Si tratta di “città intelligenti”, condivisione dei trasporti e scambi senza contanti” ed ha esaltato i primati della Cina, “che vanno dal semplice consumatore che acquista online; “alla mancanza di sistemi bancari”. Schmidt ha esaltato “la diffusione del riconoscimento facciale”, che si è affermato  grazie al  “sostegno e coinvolgimento espliciti del governo cinese” e vorrebbe introdurre il sistema di crediti sociali instaurato in Cina dal regime, che  insegna infatti la buona educazione e il politicamente corretto, punendo in modo automatico le trasgressioni  con un calo del punteggio sociale e un aumento del credito se ci si comporta “bene” (per esempio denunciando un vicino che non porta la mascherina). Insomma “per  sconfiggere la Cina dobbiamo diventare la Cina” scrive Maurizio Blondet che segue sempre con estrema attenzione questa nuova “via della seta”.
Ora può apparire fuori posto, nel mezzo di una galoppante crisi finanziaria ed economica dovuta alla pandemia, affrontare il tema dell’eccessiva tassazione e degli sprechi pubblici. Ma quello della giustizia fiscale è un principio di base imprescindibile. E ciò, sopratutto sul piano morale. 
Oltretutto, il dibattito si svolge sempre su come trovare le risorse necessarie a coprire il disavanzo e non invece sul perché lo Stato esiga tributi tanto elevati. Si dà per scontato, in altre parole, che lo Stato abbia bisogno di spendere molto, ragion per cui si cerca solamente dove e da chi prelevare i denari necessari. 
La domanda da porsi allora diventa: è necessario che lo Stato spenda tanto? Il problema della giustizia fiscale non può ridursi alle questioni dell’evasione, che pure è importantissima, e del tecnicismo delle forme di prelievo, ma di quanto lo Stato può e deve prelevare.
Questo ci porta ad esaminare in generale i rapporti tra Stato e i cittadini e i limiti dell’attività statale. Più lo Stato è “pesante”, più spende. Più spende, più deve chiedere risorse; più spende male e più deve aumentare la pressione fiscale. È chiaro, allora, che la questione fiscale non è una questione solo tecnica, ma politica. 
E proprio su questo tema i cattolici possono e devono intervenire alla luce degli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa.
Nella dottrina sociale della Chiesa i confini dello Stato rispetto alle autonomie private sono definiti dal principio di sussidiarietà a cui tutte le società sono «gravemente obbligate ad attenersi» (Giovanni Paolo II). Questo principio stabilisce che, «siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare» (Quadragesimo Anno di Pio XI, del 1931). 
Compito dello Stato, dunque, è fare quello che i privati non riescono a fare da soli: è per organizzare questo “di più” che lo Stato ha diritto di esigere i necessari tributi.
Nel mondo moderno, rilevava già Pio XII nel suo discorso del 2 ottobre 1948 a un congresso sulle pubbliche finanze, ”i bisogni finanziari di ogni nazione, grande o piccola, sono formidabilmente aumentati. La causa non è da ricercarsi solo nelle isolate complicazioni e tensioni internazionali, ma anche, e più ancora forse, nell’estensione smisurata dell’attività dello Stato, dettata troppo spesso da ideologie false e malsane, che fa della politica finanziaria, particolarmente della politica fiscale, uno strumento al servizio delle preoccupazioni di un ordine affatto diverso”. Gli Stati moderni fondano la loro politica fiscale sulla tesi “secondo cui lo Stato è in grado di impiegare le risorse economiche della società meglio di quanto non possano e non sappiano fare i privati”. 
Al principio di sussidiarietà si contrappone così lo statalismo, che dilata la spesa pubblica e, di conseguenza, aumenta la pressione fiscale. Lo stato moderno perciò allarga sempre più le sue funzioni e assume continuamente nuovi compiti. A mano a mano che la sfera del pubblico si allarga, la sfera del privato si comprime e con essa si comprime lo spazio della libertà personale. Di qui anche la necessità di avere dei “corpi intermedi” che stiano tra la persona e lo Stato, e che, come diceva Louis de Bonald, proteggono la libertà per il solo fatto di esistere. Soppressi i corpi intermedi, la persona si sradica e diventa astratta, perde libertà e autonomia. 
È quello che è avvenuto in questi anni nell’amministrazione pubblica italiana. Con l’aumentare dell’attività dello Stato è aumentato parallelamente il carico dei tributi, perché nei compiti che non sono i suoi la macchina statale tende a produrre sprechi e a fallire gli obiettivi.  È necessario, dunque, che lo Stato si ritiri e lasci più spazio al privato, continuando beninteso ad esercitare i doverosi controlli con regole precise ed attente verifiche.
E ciò soprattutto nel settore finanziario, dove i pericoli di abusi sono grandemente amplificati dalla globalizzazione e dalla totale internazionalizzazione dei mercati finanziari, con la conseguente permeabilità dei confini nazionali all’avventurismo di una certa finanza internazionale con i suoi “prodotti derivati”, autentiche bombe ad orologeria. Ma il combattere il continuo incremento dell’invadenza dello Stato nell’”economia reale” non vuol dire certo farsi fautori di un liberismo senza controlli ossia di un “ultraliberismo”. 
I valori in gioco in questa grande battaglia contro l’invadenza e l’elefantiasi dello Stato vanno ben oltre il dato fiscale ed economico. E la cultura cattolica si trova di fronte ad una sfida storica. I cattolici hanno oggi la possibilità di rispondere ad esigenze diffuse, riproponendo l’attualità politica del principio di sussidiarietà alla luce della formula: «tanta libertà quanta è possibile, tanto Stato quanto è necessario». 

Riccardo Pedrizzi
www.riccardopedrizzi.it

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