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Lutero nel cinema

Al cielo politicamente corretto delle stelle del cinema mancava solo l’assunzione di Martin Lutero. Che puntuale come le tasse è arrivata da un pessimo cinema che fa del revisionismo storico (che è una cosa seria e scomoda quando è revisionismo serio) poco più che una barzelletta. Infatti mentre almeno le barzellette fanno ridere, il Lutero di Eric Till uscito nel 2003, film finanziato dalle Chiese evangeliche, non solo non fa ridere ma nel suo odio viscerale contro la romanità cattolica e il papato, mette in fila una serie di tali menzogne, che risulta essere un’opera così sviante e volgare da essere irritante. Anzi tutto, come è stato rilevato il film, che è un’apologia faziosa di Martin Lutero, è zeppo di grossolane imprecisioni storiche: a partire dalla più marchiana: l’attore che nel film impersona Lutero, Joseph Fiennes è un giovane uomo di bello e ispirato aspetto. Tratti che al grasso monaco tedesco non sono mai appartenuti. Nella realtà storica infatti Lutero, come si evince dal celebre quadro di Lucas Cranach, era un uomo tarchiato e tozzo: un fisico da robusto bevitore di birra e mangiatore di salsicce (qual era) piuttosto che da asceta.

Ma questo sarebbe il meno: il film infatti si incarica di propagandare orwellianamente una storia che non è mai esistita e questo non a fini di spettacolo, ma con l’evidente obiettivo politico di creare, a posteriori, una memoria storica falsata e di parte. Partiamo innanzi tutto dal ritratto che il regista fa dei principi elettori tedeschi propinati come dei devoti alla causa agitata da Lutero. In realtà a costoro di Lutero e della sua Riforma, come popolarmente si dice a Roma, nun ie ne poteva fregà de meno, perché i loro appetiti, tutt’altro che spirituali, avevano in vista i beni della Chiesa. Carlo V, una figura storica tragica di grande dignità e profondità, è inopinatamente ridotto a una macchietta, a un piccolo uomo fatuo e vanesio che si schiera col Papa per puro cinismo. Ma non basta: Eric Till, il regista, non fa il minimo cenno all’aspetto forse più interessante del suo buon Lutero: che oltre che un fanatico e un monaco fallito, dimostrò d’essere, all’occorrenza, anche un criminale. Infatti dopo che nel 1521 i contadini inneggiarono alla sua riforma, senza capirla ma solo perché era stata promessa loro giustizia sociale, poco tempo dopo gli stessi contadini che Lutero aveva sollevato, vennero dal loro liberatore, fatti massacrare a decine di migliaia da un capo all’altro della Germania. Il buon Lutero, benedicendo le spade sul cui filo questi poveri cristi venivano passati, esortò infatti i principi tedeschi a scagliarsi senza pietà “contro le bande brigantesche e assassine dei contadini”. “Ammazzate – gridava – scannate, strangolate quanto potete”. Non male per un sant’uomo mite e caritatevole, come nella fantasia del regista Lutero ci viene presentato. Fantasia che non mancherà di fare i suoi danni, evidentemente, visto il potente veicolo che il film ha avuto, a dimostrazione di come quando c’è da attaccare la Chiesa di Roma, sono in molti quelli disposti a dare una mano.

Detto questo però, e visto che ci siamo, il film può anche essere il pretesto e l’occasione per fare una riflessione su Lutero e la sua riforma che vada al di la della polemica spicciola, ma che muova proprio dall’aspetto dottrinario della questione. A parte il pretesto delle indulgenze e della corruzione (che erano, sono e saranno sempre la patologia e non la fisiologia dell’Isituzione cattolica), che Lutero utilizzò per scagliarsi contro il Papa e la Chiesa, c’era nel monaco tedesco, soprattutto la volontà di portare l’offensiva contro i dogmi, i simboli, i miti e i riti della Chiesa Cattolica, contro cioè le sue istituzioni sacre. Difendendo la gerarchia dell’autorità e del dogma infatti la Chiesa difendeva e difende il carattere trascendente della rivelazione, il principio della trascendenza della grazia nel campo dell’azione. “Nel rigettare – scriveva Evola – tutto ciò che nel cattolicesimo, di fronte ai semplici vangeli, è tradizione Lutero dimostra una fondamentale incomprensione nei riguardi di quel contenuto superiore che nella Chiesa prese forma per via di influenze segrete dall’alto”.

Lutero insomma insorge contro Roma per l’insofferenza verso la sua componente gerarchico rituale: tanto che nella sua riforma, i sacramenti sono ridotti a semplici metafore, allegorie: nell’eucarestia per i protestanti, non si rinnova il sacrificio di Cristo, neanche in forma simbolica. Il sacramento serve più che altro come una recita, mentre il momento centrale della liturgia è il sermone.

Lutero liberò l’uomo dalla superstizione? Proprio per nulla: e non solo perché i sacramenti non sono superstizioni, ovviamente, ma perché incatenò l’uomo alla triste teoria della predestinazione, al fatalismo più grigio e scettico nei riguardi delle opere, e soprattutto all’arbitrio politico attraverso il principio del “civitatem et eccelsiam eadem rem esse”. Non solo Lutero non mancò, nella sua predicazione, di mostrarsi come uomo del risentimento, vittima di un’immaginazione violenta e sadomasochistica, ma diede mostra di un disprezzo profondo verso l’umanità: in “De servo arbitrio” l’infelice monaco paragona l’uomo a una “misera bestia da soma”, su cui “a piacere cavalcano Dio o il diavolo”, senza che lui nulla possa. Scrisse ancora Evola che: “tutto il sistema di Lutero è condizionato visibilmente dalla equazione personale e dalla tetra interiorità del suo fondatore, di un monaco fallito, di un uomo cioè incapace di vincere la sua natura determinata dalla passionalità, dalla sensualità, dall’ira. E’ questa equazione personale che si riflette già nella singolare dottrina, secondo la quale i dieci comandamenti non sarebbero stati dati all’uomo dalla divinità per essere realizzati nella vita, ma perché egli, riconoscendo la sua impotenza a seguirli, la sua nullità, l’invincibilità della tendenza al peccato, si rimetta a dio sperando solo nella sua grazia”.

Questo è Lutero, questa la sua dottrina, questa è la vera sostanza della sua persona e della sua predicazione. Cose che oggi siamo costretti a ricordare di fronte a un film che prima di essere un insulto ai cattolici lo è alla verità storica.

 

Riccardo Pedrizzi

www.riccardopedrizzi.it