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Le reazioni alla "Rerum Novarum"

La "Rerum Novarum" sconvolse tutte le anime belle di quella fine ’800 e quel clima di “fin de siècle” che veniva scompaginato da un’enciclica inattesa, inaspettata ed imprevedibile. Solo Il Corriere della Sera (come La Tribuna, liberale, La Riforma di F. CRESPI) espressione come sempre della cultura paludata e dominante, portavoce delle classi dirigenti del tempo, liberali e conservatrici, osò attribuire all’enciclica “un’indole spiccatamente socialista”, esprimendo, qualche giorno dopo, il 15 maggio 1891 (l’Osservatore la pubblicò dal 19 al 21/5 di quell’anno), “un senso di delusione” dopo tutto quello che se ne era detto in precedenza. 
Tutti considerarono invece l’Enciclica come un avvenimento eccezionale e la maggior parte dei commenti fu molto positiva e valutò favorevolmente il documento di Papa Leone XIII. «È l’inizio del secolo XX», scrisse il liberale El Pais; mentre il conservatore Le Soleil giudicava l’Enciclica come «il monumento più glorioso del regno di Leone XIII», e come «la magna charta economica del mondo moderno». «Noi domandavamo la luce e abbiamo avuto la luce» scriveva L’Univers, invitando i lettori a seguire l’insegnamento del Papa: «non è l’uomo di un’idea, di un sistema, di una scuola che noi ascoltiamo: è l’Autorità». In Germania, poi, terra dei Vescovi sociali e del Partito di Centro, l’Enciclica suscita un interesse generale, amplificato dai giornali come il Deutschland di Berlino e la Volkszeitung di Colonia. Questa è la prova che la Rerum Novarum non arrivò affatto in ritardo come hanno cercato di farci credere in seguito, anche con l’acquiescenza colpevole, per la verità, di molti cattolici. Per sminuirne la portata e l’importanza, infatti, si disse, subito dopo qualche tempo, da parte laicista ed in seguito anche da parte di molta storiografia d’ispirazione cristiana affetta da complessi d’inferiorità, che il documento era stato redatto sotto la pressione di uno stato di necessità; che arrivava dopo ben 43 anni rispetto al Manifesto di Carlo Marx ed, infine, che, in fon do, non offriva niente ai lavoratori, tranne un vago, evanescente ed inadeguato pietismo. Niente di più falso! (Questa ed altre notizie sulla "Rerum Novarum" possono essere trovate in "Una luce sul mondo. Dalla "Rerum Novarum" alla "Caritas in veritate" di Riccardo Pedrizzi e Giovanni Scanagatta. Editoriale Pantheon). 
L’Enciclica veniva lanciata nel mese di maggio 1891 a pochi giorni dal Primo maggio, proclamato Giornata internazionale del lavoro solo due anni prima – nel 1889 – nel corso del Congresso della Seconda Internazionale Socialista, per sollecitare la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore. E quando la Rerum Novarum viene pubblicata questo problema è lontano dall’essere risolto, così come ancora restavano drammaticamente sul tappeto tutti i problemi dello sfruttamento delle donne e dei bambini, della previdenza sociale, delle assicurazioni contro gli infortuni, del giorno festivo, delle libertà sindacali, ecc. ecc. E quando tali problemi si avvieranno alla risoluzione e/o quando verranno risolti, nessuno potrà più di - sconoscere il grande contributo offerto dal solidarismo cattolico e dal movimento sociale-cattolico che si diffuse ad ogni livello della società. Il documento – si disse ancora in quel tempo – non avrebbe offerto alcun sostegno concreto agli operai. Anche questa argomentazione non regge, perché, mentre riaffermava il diritto naturale alla proprietà («L’aver poi Iddio dato la terra ad uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono Egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini ed al giure speciale dei popoli».), ne individua i limiti in relazione alla destinazione universale dei beni («La terra per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essa. Chi non ha beni propri vi supplisce col lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro, impiegato o nel coltivare un terreno proprio, o nell’esercitare un’arte, la cui mercede in ultimo si ricava dai molteplici frutti della terra, e in essi viene commutata. Ed è questa un’altra prova che la proprietà privata è conforme a natura».) e proponeva, attraverso la formazione del risparmio, la diffusione in ogni ceto sociale della proprietà. «Quando l’operaio riceve un salario sufficiente a mantenere se stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza, s’egli è saggio, penserà naturalmente a risparmiare. Poiché abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi debbono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari». La proprietà cioè deve essere considerata come la continuazione stessa del lavoro e come il suo prodotto naturale. Oltretutto «Quando gli uomini sanno di lavorare in proprio, faticano con più alacrità e ardore: anzi si affezionano al campo coltivato di propria mano, da cui attendono per sé e per la famiglia, non solo gli alimenti, ma una certa agiatezza. Ed è facile capire come questa alacrità giovi moltissimo ad accrescere la produzione del suolo e la ricchezza della nazione. Ne seguirà un terzo vantaggio, cioè l’attaccamento al luogo natìo; infatti non si cambierebbe la patria con un paese straniero, se quella desse di che vivere agiatamente ai suoi figli. Si avverta peraltro che tali vantaggi dipendono da questa condizione, che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso ed armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia e inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte». 
Ma non solo, il Papa rivendicava il diritto naturale dell’uomo a formare associazioni private, professionali, di imprenditori, di operai, infatti «non può lo Stato proibirne la formazione. Poiché il diritto di unirsi in società l’uomo l’ha da natura; e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, egli contraddirebbe se stesso, perché l’origine del consorzio civile, come degli altri consorzi, sta appunto nella naturale socialità dell’uomo»; introduceva il nuovo principio della “limitazione delle ore di lavoro”, il diritto al “giusto salario” diritto personale ed indisponibile, e quello al riposo festivo anche per adempire ai doveri religiosi, introducendo altresì il diritto alla libertà religiosa. 
Soprattutto in una situazione di aspro contrasto e di imperio incontrastato del capitalismo più sfrenato, proclamò la dignità del lavoro umano ed il suo primato sul capitale e sulle cose e, soprattutto, si schierava apertamente dalla parte dei più deboli, sollecitando lo Stato a fare altrettanto. «È stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai: non facendolo, si offende la giustizia che vuole si renda a ciascuno il suo»… «Perciò tra i molti e gravi doveri dei governanti solleciti del bene pubblico, primeggia quello di provvedere ugualmente ad ogni ordine di cittadini, osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva»… «È quindi giusto che il governo s’interessi dell’operaio, facendo sì che egli partecipi in qualche misura di quella ricchezza che esso medesimo produce, cosicché abbia vitto, vestito, e un genere di vita meno disagiato. Si favorisca dunque al massimo ciò che può in qualche modo migliorare la condizione di lui». 
L’Enciclica – si affermò inoltre da parte di commentatori faziosi – sarebbe stata molto riduttiva perché avrebbe concentrato le sue attenzioni solamente sulla cosiddetta questione operaia. Ma niente era più falso perché il documento affrontava tutti i problemi all’epoca sul tappeto. Si mentì, dunque, criticandone l’evanescenza e la settorialità e non valutandola in tutta la sua attualità ed adeguatezza: la centralità dell’uomo nei processi di produzione, la dignità del lavoro e la sua prevalenza rispetto alle cose. Il principio di sussidiarietà, secondo il quale lo Stato può e deve intervenire solamente quando i privati e i singoli o le varie comunità naturali non sono in grado di raggiungere i propri scopi. La corresponsabilità nella gestione aziendale e la partecipazione ai benefici ed ai frutti dell’attività di impresa. Il principio della giustizia distributiva dello Stato per eliminare le situazioni di ingiustizia esistenti nella società. 
L’aver poi previsto, quando non erano andate ancora al potere le ideologie marxiste, quello che successivamente e puntualmente si è verificato con la lotta di classe, con la dittatura del proletariato, con i gulag e lo sterminio di milioni di persone, affermando in quello scorcio di Ottocento che «la soluzione socialista è nociva alla stessa società, ed oltre l’ingiustizia, troppo chiaro appare quale confusione e scompiglio ne seguirebbe in tutti gli ordini della cittadinanza, e quale duro e odioso servaggio nei cittadini. Si aprirebbe la via agli astii, alle recriminazioni, alle discordie: le fonti stesse della ricchezza inaridirebbero, tolto ogni stimolo all’ingegno e all’industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria. Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato, e turba la pace comune». L’aver indicato, infine, Leone XIII, soluzioni perfino di carattere istituzionale che saranno sviluppate poi dai suoi successori, fanno dell’enciclica di quel fine Ottocento un documento veramente profetico. 

Riccardo Pedrizzi
www.riccardopedrizzi.it