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Cambia la nostra vita non solo la tecnologia

Caro Direttore,

ho letto il bell'articolo del Prof. Marco Savastano di qualche giorno fa e sono stato tentato a fare qualche riflessione, che ho cercato di mettere per iscritto ed inviargliele come lettera aperta. Ne faccia pure l'uso che ritiene più opportuno.

Tanti ringraziamenti e cordiali saluti.

Riccardo Pedrizzi

 

Industria 4.0 troppo spesso viene affrontata unicamente dal punto di vista delle novità tecnologiche e della politica industriale, nonostante che, a differenza delle precedenti rivoluzioni industriali, nelle quali le tecnologie si affiancavano all'uomo per migliorare e rendere più produttive le sue prestazioni, si proponga come modello di società. Questo ultimo cambiamento tecnologico, infatti, va ad influire sui rapporti sociali ed economici, cambia completamente i modelli di business e la qualità della vita delle persone, i rapporti tra imprese e consumatore ed utente finale, come tra lavoratori e processi produttivi, tra tempi di lavoro e tempo libero; insomma modifica la vita di ciascuno di noi e delle nostre famiglie.

Oggi le grandi fabbriche hanno eliminato le catene di montaggio e le sostituiscono con "isole" autonome dove convivono uomini e macchine, team di lavoratori e robot. Le piccole imprese accentuano invece una caratteristica tutta italiana della divisione del lavoro e si adoperano per far convivere abilità artigianali classiche con quelle digitali. La pandemia poi ha accentuato ed accelerato ancor di più queste trasformazioni.

E' una rivoluzione, quindi, che ha come caratteristica principale quella della scomparsa dei confini, siano essi temporali, geografici, settoriali. Le mura fisiche della stessa impresa non esistono più. Con la possibilità di contatto tra spazi e mondi prima nettamente separati e distanti.

Questo “terremoto” avviene da noi in un particolare momento di debolezza, che risale purtroppo anche a prima della crisi pandemica.

Vi è poi il tema dell'invecchiamento medio della popolazione (cfr. dati OCSE: Il nostro Paese al momento ha 38 persone sopra i 65 anni ogni 100 in età da lavoro (20-64 anni) a fronte delle 28 della media Ocse. Nel 2050 saranno 74 contro 53 della media Ocse, portando l'Italia al terzo posto tra i Paesi più vecchi.) e quello demografico nei confronti del quale la politica appare del tutto insensibile ed indifferente.

Questa trasformazione si innesta, inoltre, nel nostro Paese, in uno scenario socio-economico già squilibrato e nel quale si sono ulteriormente accentuate le tendenze già presenti di polarizzazione delle competenze, dei redditi e dei territori. Ne sono conseguenza le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, la diffusa paralisi della mobilità sociale e l'incremento della povertà assoluta.

A ciò si aggiungono in Italia la storica polarizzazione territoriale tra Nord e Sud, un certo differenziale di dinamismo tra la fascia adriatica e quella tirrenica, alcune pericolose tendenze alla desertificazione di aree montane.

Uno dei maggiori impatti di questa rivoluzione industriale sul mercato del lavoro sarà quindi quello relativo ai nuovi fabbisogni di competenze e quindi alla preparazione dei lavoratori.

Il riferimento è sia alle competenze di tipo tecnico-specialistico, che ruotano principalmente intorno alla componente digitale applicata ai processi di produzione, sia alle competenze trasversali (soft skills) che possono consentire ai lavoratori un miglior approccio a scenari mutevoli e complessi.

Per questo emerge la necessità, prima di affrontare le sfide "alte" che Industria 4.0 e la pandemia ci pongono, di riflettere sul sistema educativo e sulle iniziative di ri-alfabetizzazione degli adulti, onde evitare il rischio di divario strutturale tra velocità del cambiamento e velocità dell'apprendimento. Alla base di ciò rimane l'obiettivo di un drastico incremento del numero dei laureati.

Si tratta quindi di ri-orientare il sistema educativo non solo verso gli immediati fabbisogni delle imprese, ma sopratutto in direzione di una formazione critica e dotata di strumenti per adattarsi ai continui cambiamenti.

Si tratta di riqualificare i percorsi di istruzione tecnica. Troppo spesso ancora oggi, pur a fronte di una elevata domanda da parte del mercato del lavoro, l’opzione “formazione tecnica” appare una seconda scelta. Al contrario, il ripensamento di questi percorsi formativi, anche rafforzati da poderose conoscenze di base, può contribuire a rinverdire la grande tradizione industriale italiana.

I vecchi modelli di politiche del lavoro erano concepiti per un mercato tendenzialmente stabile nel quale il passaggio tra un posto di lavoro e l'altro era un fenomeno straordinario; per questo si ispiravano alla logica emergenziale del soccorso nel momento della perdita del lavoro. Nei nuovi mercati della transizione continua occorrono invece istituzioni pubbliche, private e privato-sociali capaci di offrire sempre molteplici opportunità di apprendimento e di evoluzione delle abilità.

Sono infatti elementi intrinseci al fenomeno di Industria 4.0 la riduzione dei cicli di vita dei prodotti, la breve durata e l'intercambiabilità tra i modelli di business, lo sviluppo di reti di imprese, la diffusione di modelli di open innovation e altro ancora.

Il rischio principale è che i lavoratori non riescano a muoversi al ritmo del mercato, la sfida dunque non è quella di inseguire il mercato, ma è quella di costruire un nuovo modello di mercato non lasciato a se stesso, ma inserito in un quadro giuridico di riferimento, un mercato del lavoro inclusivo, perché potenzialmente in grado di offrire opportunità a tutti. Al centro di esso si deve porre la persona, non solo in quanto lavoratore, ma integralmente intesa nella sua capacità di iniziativa e di relazioni all'interno dell'intera società.

Il nuovo mercato inclusivo del lavoro deve essere costituito dalle scuole, dalle università, dalle imprese, dalle parti sociali e dai loro strumenti bilaterali, dagli ordini professionali e dalle loro Casse previdenziali, dalle amministrazioni locali oltre che dai servizi per il lavoro pubblici e privati. Dunque bisogna rivitalizzare tutti i corpi sociali intermedi, rilanciando il metodo della mediazione sociale.

Il lavoro sta cambiando e cambierà lungo direzioni difficili da codificare attraverso il rigido strumento legislativo. La fonte legislativa nel suo lento adattamento e nella sua rigida omogeneità dovrebbe per questo lasciare ai duttili contratti la specifica regolazione degli interessi reciproci per obiettivi comuni quali la crescita della produttività, delle competenze, dei salari. Leggi e contratti devono in ogni caso non solo garantire standard retributivi minimi per ogni prestazione lavorativa, tanto dipendente che indipendente, quanto condizioni di vita e di lavoro sempre più umane.

La partecipazione dei lavoratori ai destini dell’impresa si deve fare cultura comune e si deve sostanziare innanzitutto nel fondamentale diritto a conoscere e ad apprendere nella concreta situazione di lavoro.

Merita perciò un rinnovato impulso il tema del coinvolgimento dei lavoratori nella vita delle imprese attraverso le molte forme di partecipazione già sperimentate e ulteriormente mutuabili dalle buone pratiche di altre società industrializzate in funzione del perseguimento di obiettivi sempre più condivisi. E' la strada della partecipazione agli utili ed alla gestione dell'impresa, prevista oltretutto in articoli della nostra dalla nostra Costituzione rimasti del tutto inapplicati. (Ad esempio l'art. n.46).

 

Confini temporali

Nel Novecento industriale il tempo di lavoro, così come il luogo, erano dimensioni eterodirette. Il tempo di lavoro era il parametro mediante il quale si giungeva a stabilire il salario. La giornata suddivisa in tre blocchi di otto ore è oggi in molte professioni, anche tra coloro che lavorano nei settori più tradizionali, un modello obsoleto. Oggi il tempo di lavoro definito "poroso" spesso si sovrappone agli altri tempi di vita.

Si deve tuttavia considerare anche la sostenibilità in termini personali, familiari e sociali di una connessione costante con gli strumenti di lavoro assicurando il diritto del lavoratore a poter "staccare" dal lavoro anche in termini immateriali.

Le regole, espressione della flessibile fonte contrattuale, non sono in grado di liberarlo dal desiderio di perseguire senza tregua un risultato sulla base del quale sarà giudicato e remunerato. Si tratta di una questione antropologica che punti ad un uomo integrale dotato di quei principi che danno valore ad una vita buona in quanto equilibrata tra lavoro, affetti e riposo. Si ripropone ancora una volta il tema della formazione morale.

 

La questione demografica

L'invecchiamento dei lavoratori implicherà anche un ripensamento dell'organizzazione del lavoro e soprattutto delle mansioni nell'ottica di un adattamento alla capacità fisica. Da questo punto di vista non sono da sottovalutare le potenzialità delle tecnologie. Occorrerà un'educazione programmata e permanente.

Alla luce dei cambiamenti demografici, della competizione internazionale e della riduzione dei cicli di vita dei prodotti, della mobilità professionale, la sfida principale allora diventa la costruzione di un nuovo modello di protezione e di sicurezza di ciascuna persona.

Dobbiamo proporci, in particolare, una diffusione capillare dei servizi di assistenza e sostegno e una forte accelerazione dei tempi di riconversione delle persone coinvolte nel cambiamento

L'esperienza negativa che abbiamo purtroppo dovuto fare nel corso della pandemia ci impone di rivedere anche tutti gli assetti della medicina del Territorio e, sopratutto, della ricerca scientifica farmaceutica riprenderci una “sovranità” della quale, come si è visto nel campo dei vaccini, non possiamo più fare a meno (Tutte queste notizie sono tratta in parte da Riccardo Pedrizzi: “Il Salvadanaio. Manuale di sopravvivenza economica” cap. XXVI – Guida Editori – Napoli - 2019).

Ed allora l'Università della Sapienza potrà essere il soggetto trainante per coordinare ed esaltare tutte quelle energie necessarie a creare network, valorizzando le connessioni sul territorio tra industrie farmaceutiche, centri di ricerca, le imprese innovative e le associazioni culturali come CSC (Città Sport Cultura) per promuovere ecosistemi di cure.

Quella, dunque, che possiamo definire la “nuova questione sociale”, va affrontata da una parte, andando “oltre” il paradigma liberista ed assumendo una concezione radicalmente alternativa dell'uomo, inteso non più come individuo, di memoria illuministica, atomo isolato, ma come persona e, in particolare, persona inserita in una storia, in corpi sociali intermedi, e che anche quando lavora è definita nella sua identità attraverso le relazioni con gli altri, radicata sul territorio.

L'uomo moderno è stato identificato con la figura dell'homo oeconomicus. La persona, al contrario, è sostanzialmente “homo politicus”. Andare oltre il paradigma liberista vuol dire anche rivedere il primato assoluto attribuito al cittadino-consumatore. Si consuma sempre più, per sostenere la produzione, non si produce per rispondere ai bisogni.

Dall'altra parte, anche per la tradizione socialista, socialdemocratica, laburista e comunista italiana del movimento operaio, la persona viene del tutto annullata essendo la “classe operaia”, l'“operaio massa”, l'aggregato sociale il suo principale riferimento. A differenza del paradigma liberista e socialista per il pensiero sociale della Chiesa quel che conta è “il primato dell'uomo sul lavoro e il primato del lavoro sul capitale”.

Grazie per l'ospitalità.

 

Riccardo Pedrizzi

www.riccardopedrizzi.it

 

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