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Un partito per i cattolici? Ma...

Il mondo cattolico sta vivendo da anni un forte disagio perché stenta a ritrovarsi nei partiti che attualmente occupano la scena politica e che di fatto mortificano i moderati di tutti gli schieramenti. Nella cosiddetta Seconda Repubblica, ai tempi della esperienza di democrazia maggioritaria (Prodi contro Berlusconi) il bipolarismo costringeva i due schieramenti a privilegiare “il Centro”; anzi vinceva proprio chi conquistava quest'area. Dopo le elezioni del 4 marzo dello scorso anno praticamente il Centro non esiste più, ma prima o poi questo vuoto dovrà pur essere riempito.

Questo mondo, che bene o male coincide grosso modo con il mondo cattolico, sta facendo da qualche tempo discutere tanto da suscitare convegni che si vanno organizzando in vari ambienti e su tutto il territorio nazionale, nei quali politici, uomini di cultura e anche di Chiesa si interrogano sulle ragioni di un eventuale impegno diretto dei cattolici in politica.

Di fronte perciò ad un futuro che si presenta assai incerto molti cattolici – e persino qualche esponente della stessa gerarchia - stanno maturando, rispetto agli ultimi decenni, una posizione nuova, che poi è antica, oltre i partiti attualmente “sulla piazza”.

Questo nuovo raggruppamento – si dice - dovrebbe nascere come risposta agli ultimi cambiamenti politici come erede spirituale della vecchia linea dottrinale, che era appartenuta alla DC, per creare un luogo politico favorevole al dialogo tra laici e cattolici, nella speranza di essere in grado di offrire a questi ultimi, al suo interno, una presenza non insignificante. Quindi, in ultima analisi, si ripropone, dopo un periodo di riflessione, un'area di Centro come luogo politico per eccellenza dei cattolici.

Una presenza cattolica di impegno diretto nel mondo politico italiano non è, certo, una novità. L'Italia è da sempre la terra d'elezione della Chiesa cattolica e del Papato che vi ha posto la propria sede. La storia del nostro Paese, l'identità del suo popolo è, indubbiamente, segnata dalla storia e della presenza della Cattedra di Pietro a Roma. All'indomani del crollo della Monarchia sabauda e del fascismo, il popolo italiano proprio alla Chiesa guardò come primo e stabile riferimento in un grave momento di rinnovamento politico e culturale e, nonostante la Chiesa avesse sempre riconosciuto la libertà di voto dei cattolici, la Democrazia cristiana divenne la più importante forza di governo e, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, in Italia essa ebbe un notevole riconoscimento proprio dai vescovi, che divennero l'ago della bilancia della politica italiana.

Questa strategia, vera e propria disciplina politico-pastorale, però, ebbe una rottura con le elezioni del 1994, all'indomani degli scandali politici (tangentopoli) che investirono la Democrazia cristiana, prevalentemente la sua componente di centro e di centro-destra, insieme ai partiti di centro, riconosciuti come gli unici responsabili della corruzione diffusa nel Paese. Allora l'elettorato, massicciamente condizionato dalle indagini dei Procuratori della Repubblica – specie il pool milanese - si schierò in maggioranza a destra o a sinistra, frantumando tutta l'area di centro. La DC venne distrutta sotto il peso della condanna morale: “né giovò il fatto che la DC avesse cambiato nome – scriveva Baget Bozzo nel suo saggio “Il futuro del cattolicesimo” - e si fosse spostata verso il PdS, isola indenne dalle indagini dei magistrati”.

Alle elezioni del 1994 i cattolici – richiamati con una lettera ai vescovi italiani del 6 gennaio dello stesso anno di S.S. Giovanni Paolo II, che auspicava un “bilancio politico del passato dal dopoguerra ad oggi” per “sottolineare le responsabilità dei cattolici di fronte alle sfide dell'attuale momento storico” - preferirono lo schieramento anticomunista, ma nel 1996 molte associazioni ecclesiali si spostarono e si posizionarono a sinistra. Questa scelta si rivelò determinante per il successo della coalizione guidata dall'ex PCI, che aveva mutato nome, acquisendo quello più moderato di PDS. Con l'entrata nel governo formato da Romano Prodi, la “lunga marcia” verso il potere, iniziato a Livorno nel 1921 dal Partito Comunista d'Italia, giungeva a compimento.

Questa geografia con l'alternanza trai due schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra durò per tutta la cosiddetta Seconda Repubblica e non si limitò alla sola dimensione politica, ma si presentava sopratutto come un'alternativa culturale e persino teologica: attorno al Polo delle Libertà si raccolse quella grossa fetta di cattolici non sedotta dal social-marxismo e che aveva chiara l'identità cattolica come unica alternativa alla scelta progressista e postcomunista. Qui si concentrò il popolo fedele alla Tradizione, specialmente quello non inserito – e quindi non controllato – nelle organizzazioni parrocchiali. Viceversa, nella scelta di “Ulivo” e “Rifondazione comunista” si collocò il cattolicesimo – meglio il cristianesimo - legato ad alcune associazioni ecclesiali, veri e propri “cobas” del mondo cattolico, storicamente antiromano con derive protestantiche, impegnato per l'abolizione del celibato ecclesiastico, per il riconoscimento del sacerdozio femminile, per il riconoscimento delle coppie omosessuali, per l'opzione preferenziale dei poveri, degli emarginati e degli immigrati. In sostanza si trattava di un mondo in aperta contestazione al Pontefice del tempo (Giovanni Paolo II) e sostanzialmente critico rispetto alla linea dottrinale “ortodossa”. Alcuni vescovi allora invitarono esplicitamente a votare per l'Ulivo e per la sinistra.

Come si vede, la storia si ripete, anche se l'esperienza avrebbe dovuto pur aver insegnato qualcosa.

C'è da domandarsi perciò se l'auspicato nuovo partito possa essere una strada praticabile ed opportuna per risolvere la “questione cattolica”.

In realtà non c'è il rischio di creare uno strumento creato in laboratorio, senza alcun radicamento nella società, artificioso e velleitario?

La stessa Chiesa, per la verità, non ha mai invitato sul piano dottrinale all'unità dei cattolici, privilegiando il Centro degli schieramenti politici. Ed è chiaro che far coincidere “tout court” la questione del Centro con la questione dei cattolici è fuorviante se non, addirittura, un misero espediente, un po' demagogico, che punta soltanto ad avere un riconoscimento di voti in clima elettorale. Anche perché viene da chiedersi perché un'operazione di questo tipo, venga “pensata” e promossa oggi e non quando nella precedente legislatura si portava un attacco senza precedenti ai cosiddetti “principi non negoziabili”: alla famiglia, alla vita, alla scuola con le unioni gay, la stepchild adoption, l'utero in affitto, l'inseminazione artificiale, l'introduzione di fatto dell'eutanasia e delle teorie gender nelle scuole ecc. ecc.?

Quali allora sono oggi – dobbiamo chiederci - i rischi che corrono i cattolici che tentino un approccio diretto con la politica e si lancino in un'avventura di questo tipo?

Innanzitutto la mancanza di tempo come giustamente rilevato da Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera”: “non è un'operazione possibile nel giro di poche settimane o pochi mesi”, in vista delle elezioni europee del maggio prossimo. Poi il secondo problema è quello della mancanza di leadership, se ci si guarda in giro, senza la quale non potrà nascere una nuova identità politica e nemmeno abbozzare una nuova proposta politica al Centro che sia alternativa a quelle estreme, sulle ali: Lega e 5 stelle.

Certamente il rischio più grande è quello di non trovare più, nemmeno sociologicamente, quel Centro che lo storico Giorgio Ruini definì “un'esperienza fondamentale di questo Paese”, avendo permesso la metabolizzazione delle grandi “rivoluzioni” del processo di modernizzazione dell'Italia, e che lo storico Roberto de Mattei, in uno studio del 1994 rappresentò come un errore ideologico e un inganno per svolgere pienamente il processo di “scristianizzazione” del nostro Paese. Piuttosto di trovare ai nostri giorni addirittura due aree moderate, una sul centro-destra con Forza Italia ed una a sinistra con il PD, come possibili luoghi del dialogo e della preparazione al cosiddetto nuovo e che invece, rappresenterebbero solamente un maldestro tentativo di ritorno al passato.

Oltretutto in una congiuntura che vede entrambi questi partiti in grave difficoltà.

Ed allora non sarebbe più opportuno e più in linea con l'insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa puntare sul rilancio dei corpi intermedi?

Di fronte al deserto della rappresentanza intermedia ed al vuoto pneumatico tra potere di vertice, istituzioni, la stessa politica e la base sociale del Paese, va rivitalizzato proprio quello spazio intermedio che sta tra la globalizzazione ed i territori locali con tutti i suoi corpi sociali: famiglia, ordini professionali, associazioni di categoria, le imprese, le associazioni di volontariato, il terzo settore, ma anche le province ed i comuni.

Si tratta, insomma, di fare un grande lavoro per ricostruire la società nella sua dimensione intermedia. Per questo bisogna restare, da un lato, sul territorio e, dall'altro, interpretare gli interessi particolari dei diversi soggetti sociali e politici, evitando di continuare a privilegiare le grandi centrali di rappresentanza e sui partiti, che, peraltro, non esistono più, ed evitando di lanciarsi in avventure azzardate, nostalgiche e prive di concrete prospettive future.

Riccardo Pedrizzi