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Il Sud affonda e la politica sta a guardare

Il rapporto Svimez (l'Istituto che da decenni ogni anno fotografa la situazione del nostro Mezzogiorno ed al quale la stampa riserva di solito qualche articolo solo per qualche giorno), questa estate con una frase ad effetto “Il Sud fa peggio della Grecia” è riuscita ad ottenere le prime pagine dei quotidiani e più attenzione dei mezzi di informazione solo perché lo scrittore Roberto Saviano, con una lettera aperta a Renzi ha chiesto se e chi farà qualcosa per questa parte del Paese in cui «il lavoro è come nel 1977, le nascite come nel 1860. L'aumento esponenziale dell'immigrazione coinvolge sopratutto i giovani più brillanti».

Eppure i segnali, gli allarmi, gli appelli degli istituti di ricerca, degli studiosi e di chi conosce bene la situazione in cui versa il nostro Mezzogiorno non sono mai mancati sopratutto dall'inizio della crisi del 2007, da quando, cioè, tutti i dati a disposizione segnalano che il divario tra Nord e Sud va sempre più allargandosi.

In effetti sono decenni che l'allarme viene lanciato, con la conseguenza che allarma oggi, allarma domani, poi alla fine nessuno più ascolta. La polemica sul divario italiano risale al 6 settembre 1860, giorno in cui Francesco II abbandona il palazzo reale di Napoli. Negli ultimi anni, mentre altri «Sud», europei si riallineavano ai rispettivi Paesi, da noi il divario è cresciuto sempre di più. E' stato il fallimento prima delle politiche centralistiche della Cassa del Mezzogiorno, finite male con la degenerazione clientelare e poi di quelle localistiche, iniziate bene negli anni Novanta con la svolta federalista, e finite malissimo con la crisi del regionalismo. Alla fine dell'intervento straordinario dello Stato, con l'abolizione dell'Agensud, non hanno funzionato i nuovi incentivi ed i nuovi strumenti per l'economia meridionale: i “contratti d'area” e i “patti territoriali”, che prevedevano accordi tra associazioni imprenditoriali del Nord e del Sud.

Si pensava, e non è stato così, che finite le politiche clientelari, le tangenti e i voti di scambio, le amministrazioni si fossero responsabilizzate.

Il fatto è che da tempo il Mezzogiorno è uscito di scena. La politica non ne parla più, nemmeno in occasione delle elezioni e nonostante il Premier Renzi abbia riconosciuto che “non è più il Sud ad avere bisogno dell'Italia, è l'Italia ad aver bisogno del Sud”.

La verità è che il Mezzogiorno non è più nell'agenda politica e nel dibattito culturale ed è scomparso del tutto come «questione», nel momento in cui si è dissolto lo Stato nazionale. «E' vero che quello Stato centralistico – ha scritto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” - non aveva risolto i problemi del Sud ma almeno considerava la “questione meridionale”, come la questione di quello Stato, la principale sfida alla sua esistenza, il massimo dei suoi problemi storici e fin quando quello Stato è esistito, il Mezzogiorno è stato sempre sentito dalle classi dirigenti italiane come un ineludibile banco di prova....»

Poi è arrivata ...«la crisi che da oltre un ventennio va mangiandosi tutte le strutture amministrative del nostro vecchio Stato, tutti i suoi abituali ambiti d'azione di un tempo (dall'istituzione al controllo sugli enti locali, alla tutela del paesaggio e del patrimonio artistico). ...Infine la crisi che ha spinto ad accettare il dogma della privatizzazione, l'«andare sul mercato», di quasi tutte le reti nazionali di servizi (dalla rete ferroviaria e delle stazioni, alle Poste, agli aeroporti, alle autostrade) con il loro crollo qualitativo».

Solamente qualche mese prima del Rapporto Svimez, anche il prestigioso “Economist” in un documentato articolo, utilizzando proprio dati dello Svimez, sottolineava che il Nord avanza ed il Sud frana: dall'inizio della crisi a oggi, la contrazione del reddito nelle otto regioni meridionali è stata del 13% contro il 7% del resto del Paese; il 70% dei nuovi disoccupati sono meridionali; è solo del 40% la partecipazione al lavoro contro il 64 del nord; 33% in campo femminile; il tasso di povertà assoluta è raddoppiato (ora al 12,6%), infine registra il più basso tasso di natalità ed una massiccia emigrazione dei giovani più istruiti.

Ancora prima, il governatore della Banca d'Italia ricordava che l'Italia è un Paese spaccato in due e l'Istat nel suo ultimo rapporto sottolineava che i territori più arretrati sono: Napoli, Palermo, Bari e parte della Sicilia orientale, tanto da scoraggiare qualsiasi investimento straniero. Solo qualche eccezione la troviamo in Sardegna, nella fascia Adriatica, in qualche zona della Calabria, della Sicilia e della Campania. Il Check-up Mezzogiorno di Confindustria Srm e Studi e ricerche per il Mezzogiorno di Intesa San Paolo scrive a tal proposito che: «La caduta si è arrestata e i segnali di una ripartenza iniziano a registrarsi con maggiore frequenza anche al Sud... Tra i dati più significativi c'è poi quello dell'incremento delle presenze e della spesa turistica al Sud, in particolare di stranieri (+700.000 tra il 2013 e il 2014 e mezzo miliardo di incassi in più)». Il resto è deserto: nei Centri urbani, con occupazione scarsa e precaria; nei territori montuosi, con pochi abitanti, per lo più anziani.

Per questo si va via e si fugge, come ha dimostrato anche la ricerca “AlmaLaurea” che, con il suo XVII Rapporto, metteva sotto osservazione, in particolare, il profilo e la condizione occupazionale dei laureati. Da questa ricerca emerge chiaramente che più disagiata è la condizione di partenza più cresce la necessità di cercare lavoro prima ed il prima possibile, ed è più difficile trovarlo, sopratutto in tempi di crisi ed al Sud.

Si conferma anche sotto questo aspetto un drastico divario territoriale nelle scelte degli studenti: al Nord ed al Centro tutti o quasi restano nel proprio territorio di riferimento (98% e 92% rispettivamente): il 19% degli studenti lascia, invece, il Sud e le isole per trasferirsi, in maggioranza al Centro (11%) ed al Nord (8%). Si lascia il Sud appena finite le scuole superiori e dopo la laurea, per inserirsi subito nel mondo del lavoro. Il Meridione, certifica “Almalaurea”, perde ogni anno il 40% dei suoi giovani, sopratutto tra quanti appartengono alle famiglie più agiate. Dunque nella “nicchia” dei laureati, è l'accoppiata tra immobilità sociale e parziale mobilità geografica a produrre gli effetti peggiori, generando quella che AlmaLaurea definisce una «polarizzazione crescente» con una vittima designata: «gli studenti più capaci ma meno mobili, e residenti dei contesti favoriti», alle prese con il «peggioramento progressivo della qualità dei servizi didattici e del contesto educativo». In altre parole, a perdere chance sono i giovani del Sud che avrebbero talento e competenze per eccellere, ma non hanno alle spalle una famiglia in grado di finanziare gli studi dei figli lontano da casa. Sono dati drammatici che indicano una perdita continua di cervelli e quindi di efficienza.

A fine 2014 sempre il “Checkup Mezzogiorno” aveva evidenziato molte ombre e solo poche luci: l'indice sintetico (che è calcolato come somma dei valori indicizzati al 2007 di cinque variabili macroeconomiche: Pil, investimenti fissi lordi, imprese attive, export e occupati) nel 2014 registrava un'ulteriore caduta e si attestava a un valore di 434,2 contro i 444,7 del 2013 e i 500 punti del 2007. In particolare per il Pil l'indice scendeva dal 86,7 del 2013 all'85,3 del 2014, per gli investimenti dal 67,0 al 64,1 (solo quelli pubblici sono crollati su base annua di oltre 28 mld dal 2007 al 2015 cioè meno 35%) per le imprese attive dal 98,2 al 97,6 per l'export da 102,4 a 97,8, per l'occupazione dal 90,5 all'89,3. Già nel 2014 si registravano 40 mila imprese in meno, investimenti in calo per oltre 29 miliardi, 700 mila posti di lavoro perduti, 125 mila lavoratori in cassa integrazione, Pil in calo di oltre 51 miliardi di euro.

Ancora nel dicembre del 2014, come scrisse su “Il Sole 24 Ore” Alfonso Ruffo, che segue sempre con competenza e “cuore” le vicende del Sud, furono emessi almeno tre verdetti di condanna dalla Fondazione Res, dal Censis e dalla Banca d'Italia. Il Censis suggerì come la comunità si andasse sempre più parcellizzando in gruppi chiusi, separati e non dialoganti. La Fondazione Res spiegava che resta un'incompiuta la cooperazione tra imprese.

Successivamente, arrivò, ma sempre prima dell'ultimo Rapporto Svimez di questa estate, un saggio per i tipi di Rubbettino, i cui autori Mariano D'Antonio, Matteo Marini, Sonia Scognamiglio, Annalisa Marini, Antonio Russo, Lucia Cavola, Achille Flora, Giovanni Laino, Francesco Pastore, Sara Gaudino, Giuseppe Leonello, Roberto Celentano, individuavano la causa dei mali del Sud, negli stessi meridionali, in particolare nella loro scarsa attitudine a rispettare le regole, nella scarsa fiducia reciproca, nel sospetto e invidia sociale, nel familismo amorale e poi nell'evasione fiscale e contributiva, nell'assenteismo per malattia, nell'inflazione dei diplomi e delle lauree, nel mancato pagamento delle tariffe del trasporto pubblico locale. «Lo scarso senso civico – scriveva D'Antonio – è effetto e al tempo stesso concausa dell'insufficiente sviluppo: la povertà spinge a violare le regole, l'illegalità a sua volta ostacola la riduzione della povertà». Di qui i reati segnalati nel 2014 dalla Corte dei conti, la corruzione è al 42% del totale nazionale, la concussione al 53%, l'abuso d'ufficio arriva al 62%.

A queste miriadi di difetti o, quantomeno di mancanze di qualità etiche, civiche e sociali si aggiunge un fattore che, oltre al clientelismo, la corruzione, il diffuso basso livello d'istruzione, ci accomuna veramente alla Grecia ed è “la cultura del piagnisteo”, con la tendenza d'addebitare tutti i guai del Mezzogiorno all'azione di forze esterne.

Se le cose vanno male, - ha scritto Luca Ricalfi sul “Il Sole 24 Ore” - è sempre colpa di qualcun altro: la storia, l'unità d'Italia, i piemontesi e l'occupazione, l'Europa, il Nord e il governo centrale. La politica nazionale ha ovviamente le sue responsabilità, prime fra tutte quella di non aver dotato, il Sud di una rete di infrastrutture decente, il mancato controllo del territorio, ma si dimenticano le gravissime responsabilità delle classi dirigenti locali, sulla connivenza che la gente del Sud ha nei confronti delle proprie classi dirigenti. Se il resto del paese è più ordinato del Mezzogiorno, se gli sprechi della Pubblica amministrazione sono più contenuti, ci sarà pure un motivo.

Chi scrive da sempre sostenitore della causa del Mezzogiorno, difensore della storia meridionale sopratutto preunitaria e borbonica, tanto da essere gratificato dalla Casa Borbone con l'ordine cavalleresco Costantiniano di San. Giorgio, condivide da sempre questa analisi che, peraltro è la stessa che ha fatto recentemente Rosy Bindi con particolare riferimento a Napoli. Aver da decenni attribuito le cause dei mali del Sud a fattori esterni ed a forze estranee alla società ed alla storia meridionali non solo ha contribuito a deresponsabilizzare le classi dirigenti e la politica, ma ha creato in ceti sociali (la borghesia in particolare), che avrebbero dovuto rappresentare e costituire l'ossatura della struttura istituzionale, amministrativa e burocratica dello Stato e degli enti locali, una mentalità diffusasi poi in tutta la popolazione secondo la quale tutto è dovuto e niente si deve fare per cambiare la situazione.

«Non c'è dubbio, dunque, che il problema è innanzitutto nelle istituzioni, prima ancora che sul versante economico: la classe dirigente del Sud è stata orientata a una ricerca clientelare e assistenziale del consenso, che ha solo drenato risorse e i governi nazionali lo hanno tollerato in cambio di voti». Come ha dichiarato Carlo Triglia, professore di sociologia economica a Firenze, già ministro per la Coesione territoriale nel governo Letta. Il ruolo perciò delle istituzioni pubbliche è cruciale.

Nel Sud, anche per ragioni storiche, si è affermato e aggravato un modello di potere predatorio.

Proprio per questo siamo obbligati a dar ragione persino al Premier Matteo Renzi quando dice alla direzione del PD, convocata per affrontare l'emergenza Sud dopo i dati del rapporto Svimez: “Se il Sud è in difficoltà non è colpa di chi lo avrebbe abbandonato. La retorica del Sud abbandonato è autoassolutoria. L'autoassoluzione è un elemento che concorre alla crisi del Mezzogiorno”.

Ma torniamo al rapporto Svimez di qualche mese fa che ha fatto riscoprire (speriamo!) la questione meridionale che dovrebbe invece rappresentare una vera e propria “emergenza democratica”, dal momento che un terzo dell'Italia sta andando alla deriva.

Vediamo ora nel dettaglio quale è la fotografia del Mezzogiorno che emerge da tutte le analisi, le ricerche e gli studi che abbiamo a disposizione, partendo dal problema demografico, che è il più grave ed il più difficile da affrontare e risolvere almeno sul breve termine, e quello dell'occupazione.

L'anno scorso il numero dei bambini nati (174 mila) ha toccato il punto più basso non dall'inizio della crisi, ma addirittura dall'Unità d'Italia. E a compensare il calo non sono bastati nemmeno i figli degli immigranti. Nei prossimi 50 anni il Mezzogiorno perderà 4,2 milioni di abitanti, più di un quinto della sua popolazione. La composizione della sua popolazione è una variabile, un fattore preso sempre poco in considerazione, ma estremamente importante. Le famiglie numerose erano l'unica ricchezza del Sud, da sempre. Ed i figli rappresentavano la vera e sicura assicurazione per le generazioni che invecchiavano, che lasciavano il lavoro e diventavano non autosufficienti. Quanti più figli si facevano più sicura era la vecchiaia e non contavano le inefficienze della sanità, le pensioni inadeguate, il mancato sviluppo economico. Ora, anche da questo punto di vista, il Sud d'Italia ha imboccato una strada senza ritorno: quella dell'invecchiamento demografico e dello spopolamento.

La quota di ultra settantacinquenni sulla popolazione complessiva passerà al Sud dall'attuale 8,3% al 18,4% nel 2050, superando il Centro-Nord dove raggiungerà il 16,5%. In pratica il Mezzogiorno nei prossimi vent'anni perderà un giovane su quattro e gli under 30 saranno oltre 2 milioni in meno nel 2050. Nel Sud si nasce in pratica meno che al Nord: 1,34 per donna contro il già risicato 1,42. Il risultato di questi cambiamenti rischia quindi di essere un vero e proprio “tsunami” demografico: da un'area giovane e ricca di menti e di braccia il Mezzogiorno si trasformerà nel corso del prossimo quarantennio in un'area spopolata, anziana, ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese.

Ad accentuare gli aspetti problematici della denatalità è anche la persistente emigrazione dei giovani che contribuisce a rendere maggiore il peso relativo degli anziani sulla popolazione. Si riduce, infatti, per molti anziani il possibile sostegno del welfare informale basato sulla solidarietà familiare intergenerazionale.

Di questo capitale sociale il Sud avrebbe avuto bisogno per svilupparsi ed invece lo sta perdendo. E' un vero e proprio impoverimento. La famiglia tradizione con figli e nipoti, non esiste più. Eppure si sopravvive con il reddito della famiglia. Ci si affida ai nonni per educare i nipoti, si vive grazie alla pensione del padre. La famiglia ancora fa ammortizzatore sociale.

Per quanto concerne la condizione lavorativa e l'occupazione: al Sud lavora solo una donna su cinque. Nel 2008-20014 ha perso 622 mila posti di lavoro tra gli under 34 e ne ha guadagnati 239 mila negli over 55, con un tasso di disoccupazione under 24 che raggiunge il 56%. L'occupazione nel periodo (2008-20014) è caduta del 9% a fronte dell'1,4% del Centro-Sud; sono scomparsi cioè 576 mila posti di lavoro. Gli occupati nel Mezzogiorno scendono a 5,8 milioni ovvero il livello più basso dal 1977. Il 62% della popolazione guadagna meno di 12 mila euro annui, contro il 28,5 del Centro-Nord per questo i consumi continuavano a calare. Il tasso di disoccupazione arriva quindi al 20,5%. Solo nel 2014 si sono persi 45.000 posti di lavoro. Il Fondo Monetario ha certificato che ci vorranno almeno 20 anni per riportare il tasso di disoccupazione ai livelli precrisi. Dal 2001 al 2014 sono emigrati dal Mezzogiorno 1,6 milioni di persone con un saldo netto di 744 mila di cui 526 mila sotto i 34 anni e 205 mila laureati. E c'è il rischio, «particolarmente accentuato nel Mezzogiorno», - ha detto il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, nella sua ultima Relazione annuale – che la crescita «non sia in grado di generare occupazione» nella stessa misura in cui è accaduto in passato all'uscita da fasi congiunturali sfavorevoli. La domanda di impiego da parte delle imprese più innovative potrebbe pertanto non bastare «a riassorbire la disoccupazione nel breve periodo».

E veniamo ai dati economici più significativi.

Nel Mezzogiorno il Pil complessivo è sceso del 9%, quello procapite è sceso al 53,7% rispetto al dato nazionale: Italia euro 26.585, Sud 16.976. La ricerca già citata “Check-up Mezzogiorno” rileva che se il Sud crescesse da oggi al ritmo stimato per l'Italia arriverebbe al livello del 2007 solo nel 2015. I consumi di una famiglia meridionale inoltre sono il 67% di quelli di una famiglia del Centro-Sud. L'indice di produttività degli occupati del Sud già all'inizio della crisi era inferiore di 18 punti alla media nazionale.

Gli investimenti fissi lordi tra il 2008-2014 (-38,1% al Sud e -27,1% al Nord) nell'industria sono calati tre volte di più che nel Centro-Nord e quattro volte di più in Agricoltura, proprio in quel settore che dovrebbe essere trainante per quei territori.

Questo sta a significare che tutte le misure fino ad oggi adottate non sono servite per niente al Mezzogiorno d'Italia, nemmeno la leggi di stabilità. Basta leggere il trimestrale dello Svimez “Rivista Economica del Mezzogiorno” per rendersene conto.

La legge di Stabilità 2015, prevedeva (articolo 1, comma 20) per le imprese, dal 1° gennaio 2015, la deduzione totale dalla base imponibile Irap del costo dei dipendenti assunti con contratto a tempo indeterminato; per l'impresa-tipo del Mezzogiorno le deduzioni forfettarie e analitiche applicate negli anni precedenti eguagliavano l'importo della retribuzione lorda, per cui non si potranno godere gli ulteriori benefici fiscali Irap.

Anche la riduzione del cuneo fiscale (articolo 1, commi 118-122) per le assunzioni a tempo indeterminato non ha avuto effetto per le aziende meridionali infatti, come noto, l’azienda viene esonerata dal versamento dei contributi previdenziali fino a 8.060 euro annui; e mentre per le imprese del Centro-Nord i nuovi incentivi sono superiori a quelli ottenuti in base alle leggi precedenti, nelle imprese del Mezzogiorno la decontribuzione totale degli oneri sociali (100% contributi Inps e Inail) assicurata in precedenza arrivava a circa 11.360 euro. Inoltre, l’obbligo di finanziare la decontribuzione degli oneri sociali con i fondi europei assegnati e non impegnati dalle Regioni del Sud al 30 settembre 2014 (articolo 1, comma 122) peserà per 3,5 miliardi sul Mezzogiorno. In questo modo, la decontribuzione dei contributi sociali delle imprese del Centro-Nord sarà finanziata per tre anni con risorse del Sud.

Occorrerebbero, dunque, ulteriori e immediati aggiustamenti della disciplina Irap, in particolare, e della politica fiscale sull’impresa, in generale. In particolare occorrerebbe ridurre l’onere tributario sul capitale.

E' facile prevedere che anche la manovra sull’Irap e il Jobs Act non basteranno a rilanciare la domanda di lavoro nelle Regioni più deboli del Paese. Queste misure dovrebbero essere accompagnate da una manovra fiscale più ampia tendente a incentivare gli investimenti privati e da una politica economica tesa a incrementare gli investimenti pubblici.

A questo punto solo i fondi europei del ciclo di programmazione 2014-20120 potrebbero rappresentare l'unica opportunità di investimento in grado di invertire una tendenza che appare inarrestabile.

Ma l'esperienza del passato non fa prevedere nulla di buono, vista la scarsa capacità delle amministrazioni locali meridionali.

La vera criticità della spesa non riguarda soltanto la quantità di risorse disponibili, ma la qualità della progettazione.

Il precedente governo aveva impostata una strategia, per non perdere fondi europei del vecchio ciclo 2007-13 (circa venti miliardi), indirizzando queste risorse su pochi obiettivi ed anticipando anche risorse del nuovo ciclo di fondi 2014-20.

Inoltre intendeva riformare i meccanismi per evitare la frammentazione delle risorse. In questo quadro, un ruolo centrale avrebbe dovuto avere la nuova Agenzia per la coesione territoriale, istituita nel 2013. ….Ma non è andata così.

La riprogrammazione dei fondi 2007-13 non è riuscita. Il nuovo ciclo 2014-20 è in ritardo. Il Fondo sviluppo e coesione (che dovrebbe andare per l'80% a grandi reti infrastrutturali del Sud), fissato dalla legge di Stabilità del 2013, non è ancora programmato, continua a essere usato come in passato, come bancomat. L'Agenzia per la coesione, non è ancora operativa.

Secondo l’ultimo monitoraggio Ue effettuato il 31 maggio (il prossimo ci sarà il 31 ottobre), dei 46 miliardi e mezzo di euro del programma 2007-2013 (di cui 28 dal bilancio comunitario e il resto da risorse nazionali) l’Italia deve ancora certificare 12 miliardi di spesa. Ha tempo fino al 31 dicembre per presentare a Bruxelles le richieste di rimborso e fino al 31 marzo 2017 per depositare i relativi documenti.

In sette mesi, bisognerebbe fare quello che non si è fatto in anni, cioè rendicontare spese per 12 miliardi, di cui 9,8 nel Mezzogiorno, 7 dei quali dovrebbero essere spesi dalle Regioni.

Serve però quella cabina di regia, di cui si diceva, ma dopo che l’ex sottosegretario Delrio si è trasferito al Ministero delle Infrastrutture, ancora non si sa chi dovrebbe occuparsene.

Manca ancora un chiaro assetto delle deleghe a livello di Governo. Serve un Dpcm per attivare la Cabina di regia in modo che tutti i soggetti protagonisti della strategia per il Mezzogiorno coordinino le loro azioni. Anche per consentire alle Regioni di dialogare meglio tra loro e tra loro e i ministeri.

C’è da evitare di perdere fondi del vecchio programma e bisogna poi gestire quelli del nuovo. Secondo il rapporto presentato da Confindustria, mettendo insieme i fondi Ue, i cofinanziamenti nazionali e i residui del programma 2007-2013, il Sud «avrà a disposizione circa 11 miliardi all’anno per i prossimi 9 anni». In tutto, un centinaio di miliardi per il periodo 2015-23. Per questo l'Associazione degli Industriali ha presentato la sua proposta per il rilancio del Mezzogiorno: massicce dosi di credito di imposta per nuovi investimenti ed ampliamenti; più credito d'imposta per ricerca e sviluppo; rafforzamento dei contratti di sviluppo per attrarre investimenti.

Ma al di là di tutti questi interventi, del “pompaggio” di nuove risorse economiche e dell'introduzione di nuovi strumenti contrattuali, bisogna evitare come ha scritto Raffaele Vignali sul “Il Sole 24 Ore”: «L'errore storico delle politiche per il Mezzogiorno, che è stato da sempre pensare di colmare artificialmente un vuoto, di una irrecuperabile passività del Sud, attraverso interventi esogeni anziché sostenere e sviluppare quanto di positivo c'è sul territorio, avviando cosi una crescita endogena. Occorre cambiare radicalmente punto di prospettiva.» Anche perché continua ad aumentare la distanza tra Nord e Sud in termini di ricchezza, di qualità della vita, di qualsiasi altro parametro utile a misurare “il benessere”. Un benessere inteso non solo e non tanto in termini patrimoniali e materiali, ma sopratutto quale ricchezza morale e civile. Nel Sud non si può fare a meno di quella eredità storica che è in grado di esprimere quella forza vitale che deve dirigere e alimentare il “benessere” di un paese.

E dunque, bisogna riportare alla luce tutto questo patrimonio sommerso nelle miniere e nei giacimenti della nostra storia.

Infatti solo attingendo al comune bacino dell'identità può generarsi una efficace e redditizia simbiosi tra cultura e imprese: l'economia, recuperando le sue forme naturali (cosiddetta “economia della tradizione”), tornerà così ad essere espressione culturale e la cultura, dal suo canto, potrà diventare il volano dell'economia.

Scrissi tanto tempo fa: “Il Mezzogiorno d'Italia è come un genio imprigionato in una lampada. Aspetta un Aladino che lo faccia solamente uscire. Segnali propositivi ce ne sono. Si tratta in una realtà demografica che è 4 volte quella della Danimarca, dell'Irlanda e della Finlandia e 2 volte quella del Portogallo e della Grecia e di gran lunga superiore a quella del Canada. Ma questo genio è ancora chiuso ermeticamente nella lampada, perché manca persino un minimo di controllo del territorio ed un livello accettabile di infrastrutture.

Ecco, almeno queste precondizioni bisognerà al più presto realizzare.

Al punto in cui siamo per risolvere i problemi del Mezzogiorno non si può più rimanere nel vago e limitarsi a fare discorsi generici, proponendo schemi precostituiti che vanno bene per tutti i popoli e per ogni territorio e, proprio per questo, non sono adatti alle genti ed alle terre meridionali. Bisogna avere il coraggio di impostare programmi di sviluppo tenendo presenti le peculiarità del territorio, che si prestano al potenziamento ed alla diffusione di un terziario avanzato, all'articolazione di una vera e propria trama di artigiani, al varo di piani di sviluppo turistici impostati non solo sulle bellezze naturali, ma anche sul grande patrimonio archeologico e archivistico.

Contando su finanziamenti e contributi non a piaggia ma mirati che sappiano suscitare e promuovere tutte quelle forze e quelle energie individuali, che pur sono presenti, e puntando sopratutto sulle capacità creative, sulla fantasia e sulla predisposizione speculativa che da sempre sono riuscite a raggiungere nel corso dei secoli traguardi notevoli e significativi.

Ed allora si inizi ad operare sul territorio interessato, introducendo subito criteri rigorosi di gestione negli enti pubblici; si restituiscano la sanità e tutti gli organismi attualmente pascolo dei partiti a tecnici ed a professionisti dei settori; si eliminino e sottraggano le varie società municipalizzate alle clientele del sottobosco politico; si rendano efficienti e produttivi gli istituti preposti alla formazione delle risorse umane; si attivi la collaborazione con le associazioni di categoria delle imprese.

Bisognerà però partire prima di tutto dalla moralizzazione della vita amministrativa locale, che dovrà essere sottratta alle attuali infiltrazioni malavitose e liberata dalle lottizzazioni partitiche e clientelari.

In breve la bonifica del territorio dovrà accompagnarsi alla bonifica morale.

Riccardo Pedrizzi