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Perché non si deve introdurre l'imposta di successione

L'ultima bordata è arrivata nei giorni scorsi dal Responsabile economico del PD, Emanuele Felice, che in un editoriale apparso sul quotidiano “Domani” ha scritto chiaro e tondo che: “Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno”. Ma prima di lui c'era stato il Ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, sempre del PD, che si era dichiarato favorevole a reintrodurre la tassa di successione (NOTA 1) . Ed ancora prima di loro ce ne sono stati tanti altri, sempre facenti capo ai due partiti di governo, che evidentemente non conoscono la storia politica e le vicissitudini attraversate da questo odioso balzello.

Il Prof. Raffaello Lupi, ordinario di diritto tributario all'Università di Tor Vergata e già rettore della Scuola Centrale Tributaria “Ezio Vanoni” di Roma, scrisse in un suo pregevole libro del 1996 (Le illusioni fiscali, ed. il Mulino) in merito all'imposta di registro, all'imposta sulle successioni e ai tributi connessi: “Si tratta di una fiscalità anacronistica, adatta ai tempi in cui l'economia era agricolo-pastorale, basata sopratutto sulla ricchezza fondiaria, mentre oggi queste imposte sopravvivono a se stesse e riguardano settori, come quello immobiliare e dei conferimenti in società, già pesantemente tassati sotto altri profili, come l'ICI (oggi IMU) più avanti: “Su questa diagnosi tutti concordano da anni, eppure non si fa un passo avanti. Appena si parla di abolire o di modernizzare l'imposta di registro o quella sulle successioni, gli apparati emettono una cortina fumogena di “se”, di “ma”, di “forse” e di “vedremo”, con ostruzionismi tanto più deprimenti quanto più espressi in buona fede. La paralisi blocca la normale attività di ricambio delle imposte e il loro adeguamento ai mutamenti dell'economia. L'anacronismo di tale tributo è di tutta evidenza e non giustifica una reintroduzione di questo autentico “pezzo da museo”.

A suo tempo la tesi dell'abrogazione dell'imposta di successione aveva trovato concorde, del resto, in un primo momento, lo stesso ex sottosegretario alle finanze, Prof. Marongiu, successivamente divenuto sostenitore del mantenimento del tributo. Per non parlare dell'ex Ministro Visco che l'11 aprile 1997, di fronte ad una platea di commercialisti, a Bologna, aveva affermato: “Quando devo pagare il bollo della patente mi innervosisco: il bollo, come l'imposta di successione, è una tassa da paese dell'Ottocento, che va superata, compatibilmente con il mantenimento del gettito”.

Da parte sua, il Centro-destra aveva sempre affermato la necessità di un superamento dell'imposta di successione. Infatti l'ipotesi di abolizione era già contenuta nel Libro bianco del Ministro Tremonti del 1994 e venne confermata con la presentazione del progetto i legge Atto Camera n.6062 dell'On.le Berlusconi ed altri parlamentari.

Non fu quindi, un'iniziativa di tipo elettoralistico, ma una coerente azione di riforma perseguita nel tempo e, semmai, l'adempimento di un impegno preso solennemente con gli elettori.

Sul piano culturale l'imposta sulle successioni tradisce quella radicata diffidenza di una parte della cultura di questo Paese (quella collettivista e marxista) contro l'istituto della proprietà privata e l'autonomia negoziale e contro la famiglia naturale. Il prelievo viene normalmente giustificato con la circostanza che si tratta di attribuzioni patrimoniali non “meritate” e si fonda su una concezione della famiglia atomistica e circoscritta nel tempo e nello spazio, propria della cultura illuministica e rivoluzionaria.

Tale pregiudizio è in realtà infondato ed irrilevante, poiché l'acquisto per via ereditaria è, invece e tra l'altro, pienamente giustificato dal risparmio accumulato in vita dal testatore e dall'atto di destinazione compiuto dal medesimo (anche nella forma del silenzio nel caso di successione non testamentaria), che di solito è il padre.

Inoltre, l'imposta sulle successioni, rappresentando un'ipotesi specifica di imposta sul patrimonio, costituisce un forte disincentivo al risparmio, poiché garantisce un migliore trattamento fiscale per coloro che consumano, se non addirittura dissipano, interamente il proprio reddito.

In via generale, infatti, le imposte patrimoniali indeboliscono il sistema economico nel suo complesso perché ne riducono la capitalizzazione e quindi la capacità di crescita e di sviluppo tecnologico. Ciò è tanto più vero nel caso delle imposte di natura straordinaria, qual'è quella sulle successioni, che per loro natura non possono essere assunte all'interno degli ordinari piani di gestione dei titolari dei beni.

Occorre poi osservare che, sopratutto nei casi dei grandi patrimoni, attualmente si ricorre spesso a forme di trasferimento intergenerezionale fiscalmente meno onerose. Tale fenomeno accentua l'ingiustizia complessiva dell'imposta di successione, che finisce per colpire i patrimoni di dimensioni medio-piccole, costituiti da cespiti di natura prevalentemente immobiliare, i quali più difficilmente possono sottrarsi al prelievo. E poiché il tessuto economico del nostro Paese è costituito prevalentemente di piccole e medie aziende, di fatto questo balzello se reintrodotto andrebbe a colpire l'intero apparato produttivo nazionale.

In un suo intervento sulla fiscalità delle piccole e medie imprese, Victor Uckmar, quando si accese il dibattito prima sulla sua abolizione, infatti, ebbe modo di rilevare: “I titolari delle piccole e medie imprese, con tante difficoltà per il passaggio generazionale, hanno l'incubo della imposta di successione, che inevitabilmente viene assolta con mezzi dell'azienda o comunque sottraendo ricchezze che potrebbero essere meglio destinate all'investimento. Da tempo si parla di abolizione dell'imposta di successione, ma anche per ragioni demagogiche passeranno altri tempi. (Uckmar allora non sapeva che sarebbe andata al governo una coalizione di centrodestra!). Eppure – continuava l'insigne giurista - è una imposta regressiva, che viene assolta dai... poveri, e cioè da coloro che non hanno avuto la capacità o la possibilità di operare i trasferimenti in vita senza onori fiscali o comunque di gran lunga inferiori alla imposta di successione”.

Dalle considerazioni sopra esposte, è possibile quindi concludere che l'esenzione dell'imposta di successione, risponde a criteri di equità, di funzionalità ed efficienza del sistema tributario e si fonda su una riflessione che parte da lontano e che trovò concorde un'ampia platea di esperti, operatori economici ed esponenti politici, anche tra quelli che oggi sembrano soffrire di qualche amnesia.

Ma, sopratutto, l'eventuale reintroduzione di questa imposta si muoverebbe nell'ambito di una strategia di attacco alla famiglia, intesa come corpo intermedio e come strumento di trasmissione non solo di valori e modelli di comportamento, ma anche di patrimoni e risorse economiche.

 

Riccardo Pedrizzi

www.riccardopedrizzi.it

 

 

NOTA 1) L'imposta sulle successioni e donazioni è dovuta per il trasferimento della proprietà o di altri diritti mortis causa o a titolo di liberalità. In particolare: nel caso della successione, il trasferimento avviene in seguito alla morte del titolare (de cuius), in base alla legge (successione legittima) o a un testamento (successione testamentaria); nel caso della donazione, per l'accordo con cui il titolare (donante) dispone di un suo diritto a vantaggio di altri.

Sono oggetto di successione o donazione: i beni immobili; le obbligazioni, i crediti, il denaro, le azioni e le quote di partecipazione al capitale di società.

L'imposta di successione fu abolita nel 2001 dal governo Berlusconi II fu ripristinata nel 2006 dal governo Prodi II.

Vi è una franchigia pari a 1 milione di euro moltiplicato il numero dei beneficiari; per il coniuge ed i parenti in linea retta (figli), pari a 100 mila euro moltiplicato il numero dei beneficiari per i fratelli e le sorelle.

In pratica con le varie proposte in discussione attualmente si vorrebbero eliminare le franchigie e tassare tutti i patrimoni trasferiti.

RASSEGNA STAMPA

Il Tempo - Quel pregiudizio sinistro sull'imposizione fiscale

Tempo Finanziario - Perché non si deve introdurre l'imposta di successione