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Per una vera pace fiscale

In contemporanea con la pubblicazione del decreto fiscale del governo "populista" giallo-verde (Movimento 5 Stelle e Lega), che introduce la cosiddetta “pace fiscale” (Titolo I, Capo I), prevede varie semplificazioni (Capo II) e la riduzione delle tasse sulle Partite IVA, la CGIA di Mestre ha presentato una ricerca che fa una ricognizione a tutto campo sul nostro sistema fiscale dalla quale emerge che sono oltre 100 le tasse che gravano sugli italiani con una pressione tributaria tra le più pesanti d'Europa. Solo due di queste imposte hanno assicurato nel 2017 più della metà del gettito totale (54,4%). L'Irpef (l'imposta sulle persone fisiche) ha dato allo Stato 169,8 miliardi di euro, pari al 33,8%, cioè un terzo del totale; l'IVA (l'imposta sul valore aggiunto) ha prodotto 108,8 miliardi di euro, pari al 21,6%. A queste tre imposte più “redditizie”, si aggiungono l'IRE (imposta sul reddito delle società) per 34,1 miliardi di euro, l'imposta sugli oli minerali per 26 miliardi di euro e l'IRAP per 22,4 miliardi.

Alla luce di questi dati l'Ufficio Studi dell'associazione di Mestre, ben noto per le sue centrate rilevazioni di carattere economico finanziario, ritiene che sia improrogabile una seria riforma fiscale, che preveda solo una decina di imposte al fine di consentire ai contribuenti italiani una riscossione più razionale, meno farraginosa, con minori scadenze più concentrate nel tempo, con adempimenti più semplificati, che, oltretutto, si presterebbe meglio al contrasto dell'evasione (Euro 108 miliardi all'anno ma secondo uno studio dell'Università Cà Foscari ammonterebbe dai 124,5 ai 132,1 miliardi di euro) e dell'elusione.

Solo un mese prima inoltre era arrivata alle stesse conclusioni l'analisi presentata dalla Deloitte Italy nel corso della V Edizione del suo “Strategy Council”, svoltosi a Roma, dalla quale è emerso con forza che “senza riforma fiscale non c'è futuro per il nostro Paese”.

Lo studio presentato dalla importante società di consulenza, che è solita offrire, alla politica, alle varie istituzioni, ai tecnici addetti ai vari settori economici, ma anche al grande pubblico, importanti spunti di riflessione (si ricordi, in particolare, quella effettuata su “Unione Europea oggi: ancora una opportunità?” presentata a Roma il 27 di febbraio dello scorso anno) è partito da un’approfondita e ampia indagine demoscopica a livello internazionale, in collaborazione con SWG. La ricerca ha indagato il percepito di famiglie e imprese rispetto alle difficoltà del delicato momento, all’importanza della questione fiscale e alle più opportune azioni per migliorare il sistema nel suo complesso ed ha coinvolto, oltre l’Italia (1330 interviste), Francia, Germania, Grecia, Svezia, UK e USA con 500 interviste per Paese. La survey è stata anche rivolta a 200 imprese nazionali rappresentative di tutti i settori.

Da questo censimento è emerso chiaramente che:

Il nostro Sistema Fiscale è percepito come un “nemico”, inadeguato e non equo, caratterizzato da una forte evasione e da elevata complessità. In sostanza: “Il sistema fiscale nazionale non è ritenuto pienamente adeguato. È sempre più diffusa, infatti, la percezione di un Fisco come un “nemico” sia a livello privato (ca. 1 italiano su 2 vs. 27% media estera, 14% in USA e 13% in Svezia) che a livello di impresa (55%)”...

“In particolare, 9 italiani su 10, si ritengono complessivamente insoddisfatti (media estera: 7 su 10)”, poiché la qualità dei servizi non risulta adeguata al carico fiscale imposto (media estera: 7 su 10); reputano la spesa pubblica inefficace (media estera: 8 su 10)... “Inoltre 9 italiani su 10 ritengono il Fisco non equo (media estera: vs. 7 su 10)”...

“Con particolare focus al fenomeno dell’evasione”... “Le cause sono da ritrovarsi, secondo i nostri connazionali, in un carico fiscale troppo elevato”... “Il sistema fiscale nazionale emerge, infine, troppo complesso”...

Per tutti questi motivi “per ben il 95% degli italiani è necessario intervenire sull’attuale sistema fiscale (vs. 81% media estera), ritenendo possibile ridurre la pressione fiscale, prevalentemente tramite una riduzione degli sprechi (46%) e un controllo sull’evasione fiscale (34%)”... “In particolare gli interventi prioritari dovrebbero concentrarsi, secondo i nostri connazionali, su occupazione, sanità e riduzione della povertà in termini di tematiche e principalmente a sostegno di disoccupati e famiglie”.

Le dimensioni anomale della fiscalità italiana, dunque, sono state ancora una volta messe in evidenza sia dalla “CGIA” di Mestre che dalla “Deloitte Italia”. La gravità della situazione emerge sempre ancora di più anche in occasione delle varie “finanziarie”, che, determinano spesso situazioni di grave disagio nel Paese, che percepisce tutte le varie “manovre”, di fatto, come vere e proprie “persecuzioni fiscali”, che di volta in volta vanno a colpire questa o quella classe sociale, questa o quella categoria.

Oltretutto, ogni anno in questo scorcio anno il dibattito si svolge sempre su come trovare le risorse necessarie a coprire il disavanzo e non invece sul perché lo Stato continui ad esigere tributi tanto elevati. Si dà per scontato, in altre parole, che lo Stato abbia bisogno di spendere molto, ragion per cui si cerca solamente dove e da chi prelevare i denari necessari.

Spesso i vari governi tendono a ricorrere alla diffusione all’interno del corpo sociale del veleno dell’invidia e dell’incitamento alla delazione sociale, cercando di convincere ogni cittadino che il problema dei conti pubblici sarebbe risolto se il vicino pagasse le tasse: «tu paghi, lui no». Si mette così in risalto la divisione e il contrasto, incitando i cittadini a porsi gli uni contro gli altri, anziché evidenziare le gravi e pesanti responsabilità dello Stato.

La domanda da porsi allora diventa: è necessario che lo Stato spenda tanto? Il problema della giustizia fiscale non può ridursi alla questione dell’evasione, che pure è importantissima, e del tecnicismo delle forme di prelievo, ma di quanto lo Stato può e debba prelevare.

Questo ci porta ad esaminare in generale i rapporti tra Stato e i cittadini e i limiti dell’attività statale. Più lo Stato è “pesante”, più spende. Più spende, più deve chiedere risorse; più spende male e più deve aumentare la pressione fiscale.

È chiaro, allora, che la questione fiscale non è una questione tecnica, ma politica. E proprio su questo tema i cattolici possono e devono intervenire alla luce degli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa, sapendo bene che i confini dello Stato rispetto alle autonomie private sono definiti dal principio di sussidiarietà, a cui tutte le società sono «gravemente obbligate ad attenersi» (Giovanni Paolo II). Questo principio stabilisce che, «siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare» (Enciclica “Quadragesimo Anno” di Pio XI, del 1931).

Compito dello Stato, dunque, è fare quello che i privati non riescono a fare da soli: è per organizzare questo “di più” che lo Stato ha diritto di esigere i necessari tributi.

Nel mondo moderno, rilevava già Pio XII nel suo discorso del 2 ottobre 1948 a un congresso sulle pubbliche finanze, ”i bisogni finanziari di ogni nazione, grande o piccola, sono formidabilmente aumentati. La causa non è da ricercarsi solo nelle isolate complicazioni e tensioni internazionali, ma anche, e più ancora forse, nell’estensione smisurata dell’attività dello Stato, dettata troppo spesso da ideologie false e malsane, che fa della politica finanziaria, particolarmente della politica fiscale, uno strumento al servizio delle preoccupazioni di un ordine affatto diverso”. Gli Stati moderni fondano la loro politica fiscale sulla tesi “secondo cui lo Stato è in grado di impiegare le risorse economiche della società meglio di quanto non possano e non sappiano fare i privati”.

Al principio di sussidiarietà si contrappone così lo statalismo, che dilata la spesa pubblica e, di conseguenza, aumenta la pressione fiscale. Lo stato moderno perciò allarga sempre più le sue funzioni e assume continuamente nuovi compiti. A mano a mano che la sfera del pubblico si allarga, la sfera del privato si comprime e con essa si comprime lo spazio della libertà personale. Di qui anche la necessità di avere dei “corpi intermedi” che stiano tra la persona e lo Stato, e che, come diceva il grande pensatore controrivoluzionario, Louis de Bonald, proteggono la libertà per il solo fatto di esistere. Soppressi i corpi intermedi, la persona si sradica e diventa astratta, perde libertà e autonomia.

È quello che è avvenuto in questi anni nell’amministrazione pubblica italiana. Con l’aumentare dell’attività dello Stato è aumentato parallelamente il carico dei tributi, perché nei compiti che non sono i suoi la macchina statale tende a produrre sprechi e a fallire gli obiettivi. È necessario, dunque, che lo Stato si ritiri e lasci più spazio al privato, continuando beninteso ad esercitare i doverosi controlli con regole precise ed attente verifiche.

Ma il combattere il continuo incremento dell’invadenza dello Stato non vuol dire certo farsi fautori di un liberismo senza controlli ossia di un “ultraliberismo”.

I valori in gioco in questa grande battaglia contro l’invadenza e l’elefantiasi dello Stato vanno ben oltre il dato fiscale ed economico. E la cultura cattolica si trova di fronte ad una sfida storica. I cattolici hanno oggi la possibilità di rispondere ad esigenze diffuse, riproponendo l’attualità politica del principio di sussidiarietà alla luce della formula: «tanta libertà quanta è possibile, tanto Stato quanto è necessario».

Riccardo Pedrizzi