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Per una nuova politica economica

Tutti gli ultimi indicatori economici e sociali (PIL fortemente in calo secondo le previsioni dell'Istat meno 8,3%, del Fondo Monetario di meno 9%, secondo Goldman Sachs dell'11,4% ed, infine, secondo l'Ocse addirittura al 14% a fine anno); forte contrazione del portafoglio ordini (solamente la meccanica perde 1,7% miliardi al giorno); debito pubblico al 155%; deficit al 10%; cassa integrazione per circa 8,4 milioni di lavoratori solo per i mesi di marzo ed aprile; il blocco delle vendite all'estero con meno 13,9%; aumento della povertà per 10 milioni di cittadini (più 3 milioni di nuovi poveri); crollo degli investimenti del 12,5%, dei consumi meno 8,7% e della occupazione del 9,3% ratificano per il nostro Paese un drammatico ed esteso stato di crisi, di una vera e propria sofferenza, derivante dal blocco della produzione e delle attività a causa della pandemia che ci ha investito.

Alla luce di questa situazione perciò è chiaro a tutti che per quanto spaventose ed indicative, le cifre del disastro italiano non esauriscono l'ampiezza e la profondità della crisi, che non è solo crisi economica strutturale, ma anche di interpretazione, di rappresentanza e di governo della società italiana.

Sono numeri che parlano di una situazione drammatica. Ogni tragedia, però, porta con sé nuove opportunità e, dunque, il tempo che si apre dinanzi a noi è proprio il tempo delle opportunità. Il che non vuol dire che ciò’ che verrà dopo sarà automaticamente migliore di ciò che è stato ma che potrà esserlo soltanto, però, se l’uomo si mostrerà capace di riprende il suo percorso di “cercatore di senso” prima che di “massimizzatore” di utilità.

La riflessione non può non partire allora dall’accettazione che il tempo della gloria del neoliberismo è un tempo concluso e quest’ultimo non è più trionfante come lo è stato per un intero ciclo.

I neoliberisti che hanno dominato la scena economica e politica del ciclo che si sta chiudendo hanno provato a farci credere che le leggi dell’economia fossero imposte e che non sarebbe stato possibile, né noi saremmo stati in grado, di intervenire sulla recente, come su ogni, congiuntura e ancora meno di liberarci di realtà “strutturali”. Sono proprio i difensori di questo determinismo economico i principali responsabili di una crisi che hanno in larga misura essi stessi generato e sviluppato dimenticando i bisogni delle persone, delle famiglie e delle aziende che devono lottare permanentemente e sempre con maggiore difficoltà per la propria e l’altrui sopravvivenza. È quello che è accaduto nel momento in cui l’economia finanziaria si è separata dall’economia reale e questa ha rotto i suoi legami con la società da cui doveva essere indissociabile. Tutto questo va invertito e va ricostruita una nuova politica industriale. Ma per far questo non potrà esserci gestione e ridimensionamento del dissesto senza governo della società, e viceversa. Il risanamento dell'economia, allora, deve accompagnarsi ad una profonda e articolata revisione culturale del concetto stesso di Stato – da quello liberale classico a uno modernamente solidaristico e sociale – che riconosca, interpreti e ricomponga l'insieme delle trasformazioni sociali che ha comportato lo tsunami del Covid 19, inserendole in un grande progetto di sviluppo non solo economico ma anche civile.

Ciò spiega perché, nell'attuale debolezza della politica – di quella alta, capace di analisi e di progetti – le questioni poste dall'epidemia siano sempre più forti e le risposte delle istituzioni, invece, siano state deboli, affannate, tra loro slegate ed improvvisate.

Non è questa la sede per dettagliare la mole delle questioni di gestione e di governo la cui entità, complessità ed urgenza è tale da richiedere oggi un vero e proprio progetto di rinascita nazionale. E' però possibile indicare alcuni fondamentali temi-guida sui quali concentrare immediatamente l'attenzione, l'analisi, il dibattito, lo sforzo progettuale.

In un momento come questo di profonde inquietudini sociali ci sono almeno tre buone ragioni che lo Stato, le forze politiche, le istituzioni si occupino soprattutto delle piccole imprese. Esse, infatti, rappresentano:

la base imprenditoriale e produttiva dell'intero sistema economico;

un potente ammortizzatore economico e sociale tanto nelle fasi di espansione quanto in quelle di crisi economica come quella che stiamo vivendo;

l'incubatrice di nuova imprenditorialità.

Queste caratteristiche fanno del sistema delle imprese minori un importante strumento per ridisegnare il modello di sviluppo del nostro Paese, per moltiplicare i soggetti proprietari e produttivi, per creare una più forte e articolata società civile.

Lo sviluppo economico e industriale italiano degli ultimi settant’anni ha sostanzialmente disatteso un principio cardine della Costituzione laddove (art. 47) si intende favorire la diffusione della proprietà, anche azionaria, e dell'imprenditorialità diffusa. La scoperta inizialmente imposta del lavoro a distanza ha reso evidente a gran parte della popolazione gli effettivi vantaggi delle nuove tecnologie. Questo dovrà comportare un grosso sforzo di investimenti nelle infrastrutture e nello sviluppo capillare dell’impiego delle tecnologie informatiche, delle piattaforme Internet/ IA, dei Big Data e del cloud computing non solo per le aziende manifatturiere ma anche nello sviluppo di ogni tipologia di servizi.

Ciò è possibile solo promuovendo un diverso e più ricco sistema di opportunità e di convenienze incentrato su grandi investimenti pubblici di base (politiche di agevolazione fiscale e di semplificazione amministrativa, banca dati, ricerca e sviluppo, servizi di sostegno alla produzione e alla commercializzazione, accesso al credito, infrastrutture) che motivino i privati a fare impresa.

Un settore con queste caratteristiche esiste, ed è cruciale e imponente: i servizi sociali. Scuola, cultura, sanità, servizi urbani e ambientali, ma anche servizi all'infanzia e agli anziani, attività di solidarietà e di volontariato, cooperazione. Quest'area, che ha dato in gran parte una buona prova durante la pandemia, pur essendo stata nel passato fattore di crisi sociale e finanziaria dello Stato, va urgentemente sottratta al degrado e al dissesto e trasformata da problema in grande opportunità.

La strada è una: sottrarla alla gestione dello Stato e affidarla a un mercato – privato negli strumenti e nelle caratteristiche fondamentali, ma pubblico nelle finalità – regolato e controllato dallo Stato. Un mercato libero perché praticato in regime di concorrenza, ma vincolato nella qualità delle prestazioni e garantito nell'accessibilità ai servizi.

In Italia, questo settore rappresenta il 4,3 del PIL conta oltre 800mila addetti, pari all'3,4% dell'occupazione totale. Negli altri Paesi più sviluppati le percentuali sono notevolmente superiori. E tutti gli studi in materia assegnano a questo settore larghissime e costanti percentuali di crescita.

Se questa è la nuova frontiera dell'imprenditoria privata, soprattutto minore e anche professionale, non si può tralasciare di svilupparne e consolidarne le tradizionali aree di attività.

Su questa linea vanno però affrontati i nodi strutturali che frenano la ristrutturazione, la modernizzazione e la competitività internazionale di tutto il sistema.

Sul piano della regia, occorrerebbe individuare un centro strategico unico per le decisioni di politica industriale. Un centro unico che elimini l'attuale dispersione di competenze fra ministeri, regioni e statuto speciale, e anche regioni a statuto ordinario che sempre più di frequente legiferano in materia di politica industriale.

L’intervento pubblico in economia, da non confondersi con le vecchie statalizzazioni del tipo “socialismo reale”, è uno strumento, anche in applicazione del principio di sussidiarietà, riconosciuto dalla Dottrina Sociale per salvaguardare “il Bene Comune”.

In questo ambito l’intervento pubblico, considerata l’eccezionalità dell’emergenza post Covid 19, va finalizzato al rilancio infrastrutturale e alla difesa delle industrie strategiche per il Sistema Paese, a tutto il tessuto produttivo italiano costruito prevalentemente da PMI ed alla tutela del sistema del Credito.

Rispetto a questi assi l’intervento diretto dello Stato deve mirare a favorire gli investimenti, a sbloccare la fase attuativa delle grandi opere (attraverso la nomina di commissari straordinari), ad individuare i settori fondamentali per la sicurezza e lo sviluppo del Paese (industria dell’acciaio, dell’energia, telecomunicazioni, robotica ecc. ecc.). Per la creazione e la diffusione dell’innovazione a tutti livelli, dovremo assicurare un coordinamento costante fra le università, le amministrazioni locali, le aziende del territorio e le loro associazioni.

Sarà indispensabile, oltre alla iniezione di liquidità nel transitorio, creare nuovi posti di lavoro con massicci investimenti pubblici e privati programmando il tipo di settori industriali da privilegiare, pensando alle peculiarità specifiche e competenze acquisite da parte del nostro Paese.

Per realizzare questa strategia occorre individuare un soggetto unico, su modello dell’IRI dei bei tempi, in grado di coordinare gli interventi, realizzando le doverose sinergie di sistema e le scelte programmatiche di settore.

La crisi chiama all’appello tutti, Stato, mercato e terzo settore, nella massima estensione del principio di sussidiarietà.

Così definito nelle prospettive nuove e in quelle tradizionali, il ruolo della proprietà e dell'imprenditorialità diffuse – importante in tutto il Paese – può essere addirittura decisivo nel Mezzogiorno, dove notevoli risorse finanziarie non riescono a trovare localmente impieghi produttivi.

In questo quadro un ruolo chiave tocca al sistema creditizio eccessivamente condizionato dalle normative europee per la supervisione bancaria che rendono sempre più difficile il credito proprio alle PMI imponendo accantonamenti di riserve a fronte dei prestiti alle famiglie e alle imprese in proporzione più pesante quanto più le imprese risultano meno strutturate che spesso sono quelle più piccole. Per fare un esempio se un debitore risulta in ritardo di appena 30 giorni nel rimborso di una scadenza – per quanto sia in bonis – la banca creditrice è obbligata ad accantonare nuove riserve: non solo per coprire il rischio di eventuali perdite realizzate su quella rata scaduta, ma anche su tutte quelle “attese” (proiettando cioè l'ipotesi di perdite paventate su un singolo rimborso su tutta la durata del rapporto stipulato con quel cliente). Queste regole appesantiscono l'intero sistema bancario e l'effetto combinato di ulteriori consistenti incrementi di requisiti di capitale con una redditività degli attivi creditizi molto modesta va in direzione esattamente opposta rispetto all'obiettivo necessario di aumentare la quantità di credito nei confronti delle imprese e delle famiglie europee, con il risultato di deviare tale liquidità al di fuori del circuito creditizio. C'è poi un altro aspetto che risulta difficile nel rapporto fra banca e piccola impresa: se quest'ultima opera in un settore considerato a rischio, gli accantonamenti sulle perdite attese per la durata del contratto dovranno avvenire anche prima che si registrino rimborsi in ritardo. Questo spiega in buona parte perché il credito alle piccole e micro imprese continui a erodersi sempre più.

Nel pensare e nel progettare un sistema bancario che faccia propria la sostenibilità e che renda ancora possibile il credito alle PMI, basterebbe guardare agli Stati Uniti, al Canada, o, più vicino, a Francia e Germania. In questi Paesi i grandi gruppi bancari esistono accanto a banche diverse e più legate al territorio che possono garantire il credito a coloro che altrimenti ne sarebbero esclusi e possono contribuire a indirizzare la trasformazione del sistema economico nel solco della sostenibilità. Si chiama biodiversità del sistema bancario. Ripensare il modello di banca finora promosso a livello globale risulta, pertanto, necessario per ricreare quell’habitat che permetta una crescita sostenibile dell’economia reale, possibile solo partendo da una conoscenza approfondita delle singole realtà e coinvolgendo un numero ampio di imprese anche di dimensioni piccole in modo da favorire quel processo di inclusione, diffusione e condivisione del capitale che è stato alla base dello sviluppo sociale ed economico dei paesi industrialmente più avanzati e che, invece, rischia di essere minacciato da un ridimensionamento del livello di concorrenza nei mercati e dalla riduzione di quella biodiversità solo auspicata e mai realmente difesa.

Questa crisi, dunque come ci ricorda profeticamente Benedetto XVI nella Caritas in Veritate (n.21), “ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente”.

Riccardo Pedrizzi