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Per contrastare la crisi delle imprese perché non utilizzare il Fondo delle Liquidazione INPS

E’ indubbio che servono soldi, tanti soldi per fronteggiare la drammatica crisi che sta devastando la nostra ed allora da mesi ormai impazza “la tombola” delle varie proposte per individuare e decidere da quali fondi dovranno essere attinte e recuperate le risorse necessarie: dal Next Generation Ue (l’ex Recovery), dal Mes, dal Sure, a debito dei nostri conti, a deficit, da nuove imposte e tasse, da ulteriori tagli ai bilanci dei ministeri, dalla finta Marica e mai realizzata lotta all’evasione ed all’elusione? Allora azzardo anche io una proposta, che per la verità mi viene suggerita da un mio caro amico esperto della materia e che, potrebbe agevolare le imprese, pompando quella liquidità di cui hanno drammaticamente bisogno, senza ricorrere a fondi pubblici, senza aspettare fantomatiche risorse europee e senza indebitarsi con il sistema bancario. Ma solo utilizzando mezzi propri, che sono accantonati presso l’INPS nel fondo liquidazioni e che sono stati sottratti nel tempo e vengono sottratti alle imprese stesse. Molte aziende potrebbero infatti risolvere in parte i propri problemi di liquidità se il governo sospendesse una norma del 1996 che allora fece molto discutere.
Come qualcuno ricorda con la legge finanziaria n. 296 del 1996 (governo Prodi), dal 1° gennaio 2007 le imprese private, con oltre 50 dipendenti, sono obbligate a versare all’INPS (in quote mensili) l’ammontare da accantonare ogni anno per la liquidazione dei propri dipendenti, il cosiddetto “trattamento di fine rapporto”. Tale norma fu approvata per indurre i lavoratori a trasferire quello che un tempo veniva definito “salario differito” annualmente alla propria posizione nel Fondo pensione negoziale di categoria al fine d’incrementare la previdenza complementare consentendogli di avere la un’integrazione della pensione. Era però richiesto il consenso del dipendente In caso contrario, quei fondi avrebbero dovuti essere conferiti dal datore di lavoro all’INPS.

Poiché in realtà solo una minoranza di lavoratori ha aderito a questa decisione (8 milioni sui 18 di lavoratori dipendenti), i datori di lavoro sono obbligati ogni anno a versare all’INPS, allo stesso titolo giuridico dei contributi previdenziali obbligatori, la percentuale sulla retribuzione dei propri dipendenti corrispondente al trattamento di fine rapporto che – secondo l’art. 2120 del Codice Civile (riformato in peius nel 1982 rispetto all’originaria definizione) – corrisponde al 13,5% della retribuzione lorda annua.

Si tratta di un serbatoio finanziario molto ingente su cui cadde l’attenzione del governo di sinistra guidato da Prodi, il quale decise di utilizzarlo per finanziare indirettamente l’INPS.

Il centro studi “Itinerari Previdenziali” del prof. Alberto Brambilla ha analizzato questa situazione e ha calcolato che dal 2007 al 2019 all’INPS sono affluiti circa 140 miliardi “sottratti alle imprese italiane”.

Ora che ci troviamo in una situazione di gravissima crisi queste ingentissime risorse potrebbero essere molto utili: basterebbe esonerare almeno per un paio di anni dai versamenti all’INPS per dar respiro alle imprese in difficoltà, ma anche per consentire alle imprese sane di effettuare investimenti in innovazioni tecniche necessarie alla trasformazione in lavoro da lontano.
È la scoperta dell’acqua calda? E mi chiedo come mai nessuno, nemmeno i rappresentanti degli imprenditori, abbia preso in considerazione e proposto questa possibilità?

Riccardo Pedrizzi

Presidente Commissione Finanze e Tesoro del Senato (2001-2006)