Giovanni Gentile

Fra un decennio, o forse solo fra qualche anno, la “damnatio memoriae” che sull'opera e la figura di Giovanni Gentile era calata in Italia dal principio del secondo dopoguerra (fino a buona parte degli anni Novanta) apparirà semplicemente grottesca ed assurda. E conformisti pusillanimi, se qualcuno beninteso li ricorderà ancora, appariranno agli occhi delle future generazioni di italiani coloro i quali decisero che Gentile doveva essere un filosofo proibito. Apparirà ingeneroso, sommario, superficiale e partigiano anche il giudizio che Norberto Bobbio, il papa laico dell'Italia repubblicana, tranciò sull'attualismo gentiliano, definendolo sbrigativamente e velenosamente “delirio filosofico”.
Apparirà, insomma, chiaro che quella contro Gentile è stata una congiura del silenzio e del discredito e che il movente del lungo ostracismo risiedeva unicamente nel fatto che Gentile fu anche, tra le altre cose, il filosofo del fascismo. A pensarci bene è un motivo assurdo. E lo dice con grande chiarezza Marcello Pera nella sua prefazione a questa pubblicazione. È come se Platone possa essere giudicato sul fatto che l'autore della “Repubblica” intrattenne rapporti col tiranno di Siracusa, o che il nostro giudizio su Aristotele e la sua “Etica” possa essere influenzato dalle gesta di Alessandro Magno, che fu suo allievo.
Sarebbe assurdo, naturalmente. Eppure proprio questo è avvenuto per Giovanni Gentile. È accaduto che il più grande filosofo del Novecento italiano sia stato negletto, dimenticato, bandito dall'Italia ufficiale, vittima di un'egemonia che aveva individuato in lui uno dei suoi principali nemici. Ma la storia del pensiero riserva questi casi: Friedrich Nietzsche era stato completamente ignorato nel plumbeo clima del positivismo tardo ottocentesco.

“Così parlò Zarathustra”, il libro che minerà dalle basi le fondamenta della filosofia occidentale, fu lasciato per anni a lato dei grandi dibattiti e delle grandi riflessioni. Per motivi diversi – e abbiamo visto di quale meschina natura erano fatti questi motivi – in Italia la filosofia di Gentile ha subito un esilio in patria. Nell'Italia azionista e gramsciana (si vedano a questo proposito gli interventi di Gennaro Malgieri e Francesco Perfetti), persino nei corsi di filosofia delle scuole superiori e delle università, il filosofo dell'Attualismo – che pure aveva ideato ed edificato tutto il sistema di istruzione italiana – era diventato un tabù, un innominabile.
Fino a quando i nodi non sono venuti al pettine. Perché è arrivato poi il momento in cui le architetture politiche, come il socialismo reale, fondate sulle grandi narrazioni ideologiche di derivazione hegeliana hanno cominciato a franare su se stesse per schiantarsi sotto il peso delle proprie contraddizioni e dei propri errori. A questo punto il pensiero di Giovanni Gentile è tornato a presentarsi coi tratti della più stringente attualità, è tornato ad affacciarsi tra le macerie della speculazione tardo-novecentesca come “un pensiero dell'oggi e del domani” e come, comunque la si giudichi, una delle filosofie della post-modernità. A differenza del pensiero debole, l'attualismo gentiliano si interroga sulla natura e il fondamento del pensiero stesso. E si scopre quale fonte di libertà e di liberazione umana. Quello di Gentile è un pensiero che contraddice la metafisica cristiana – e per questo non lo sposiamo e condividiamo – ma è anche vero che spazza il campo del pensiero ideologico. Il pensiero in atto di Gentile, del resto, ha questo di particolare, che è sempre creativo perché l'Attualismo esalta la creatività e l'assoluta libertà dello spirito, l'atto del pensare come atto autonomo da ogni limite e da ogni dogma. Da qui anche la diffidenza di Gentile per le nuove religioni e le nuove dogmatiche. Come lo scientismo. Sistema oscillante, per usare i suoi termini, tra la soggettività dell'arte e l'oggettività della religione. E non c'è bisogno di dire quanto attuale sia questa intuizione di Gentile, oggi che l'ideologia della scienza minaccia così da vicino persino i fondamenti della vita, violandone il mistero e la sacralità.

Avergli dedicato dunque un convegno, una giornata di riflessione, non è stato solo occasione per ricordarne la figura e l'opera, ma per apprezzarne, da ottiche e sensibilità diverse, anche l'attualità. Per questo, «a sessant'anni dalla sua uccisione», come ricorda nelle pagine che seguono il sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo, «non è giustificata la rimozione totale di quello che Gentile ha fatto». E Gentile ha fatto anche molto altro: «è stato un filosofo del cambiamento», come ha ricordato nel suo intervento Lodovico Pace, «un pensatore che faceva riferimento al Risorgimento, un movimento che non si era concluso con la Prima guerra mondiale». Un filosofo che “si sporcò le mani” con la politica quando, come ha ricordato Gennaro Malgieri, sarebbe stato molto più facile restarne lontano: «Giovanni Gentile avrebbe avuto tutto da guadagnare, senza compiere fino in fondo quella scelta che lo avrebbe portato alla rovina sua e della sua famiglia». Invece Gentile è andato fino in fondo e ha pagato con la vita la sua coerenza, incarnando, come ricorda Francesco Perfetti nelle pagine che seguono, il tipo dell'uomo di cultura che «non si chiude nella torre d'avorio dei suoi studi, ma deve a un certo punto costruire e aiutare a costruire l'unità spirituale della Nazione».

A 60 anni dal suo assassinio noi oggi – oggi che molte cose sono cambiate – constatiamo quanto la sua figura sia stata importante. Quanto grande sia stato il tentativo di conciliare le due Italie del Risorgimento laico di Spaventa e di quello cattolico di Rosmini e Gioberti. Quanto grande sia stato il suo impegno di organizzatore di cultura, fondatore di istituti, centri di ricerca, laboratori. Quanto grande sia il suo lascito. Ecco perché Giovanni Gentile è ancora tra noi: col suo pensiero e le sue opere. E con lui è tra noi la tradizione vivente della filosofia italiana di cui Lui fu il continuatore e il rinnovatore. Sono ancora tra noi gli Spaventa, i Gioberti, i Rosmini, i Vico. E con loro, sulle loro spalle, ci saremo anche noi. Con quegli italiani che sapranno ascoltare di nuovo la voce mai spenta del filosofo della loro nazione.

Riccardo Pedrizzi