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Fra un decennio, o forse solo fra qualche anno, la “damnatio memoriae” che sull'opera e la figura di Giovanni Gentile era calata in Italia dal principio del secondo dopoguerra (fino a buona parte degli anni Novanta) apparirà semplicemente grottesca ed assurda. E conformisti pusillanimi, se qualcuno beninteso li ricorderà ancora, appariranno agli occhi delle future generazioni di italiani coloro i quali decisero che Gentile doveva essere un filosofo proibito. Apparirà ingeneroso, sommario, superficiale e partigiano anche il giudizio che Norberto Bobbio, il papa laico dell'Italia repubblicana, tranciò sull'attualismo gentiliano, definendolo sbrigativamente e velenosamente “delirio filosofico”. “Così parlò Zarathustra”, il libro che minerà dalle basi le fondamenta della filosofia occidentale, fu lasciato per anni a lato dei grandi dibattiti e delle grandi riflessioni. Per motivi diversi – e abbiamo visto di quale meschina natura erano fatti questi motivi – in Italia la filosofia di Gentile ha subito un esilio in patria. Nell'Italia azionista e gramsciana (si vedano a questo proposito gli interventi di Gennaro Malgieri e Francesco Perfetti), persino nei corsi di filosofia delle scuole superiori e delle università, il filosofo dell'Attualismo – che pure aveva ideato ed edificato tutto il sistema di istruzione italiana – era diventato un tabù, un innominabile. Avergli dedicato dunque un convegno, una giornata di riflessione, non è stato solo occasione per ricordarne la figura e l'opera, ma per apprezzarne, da ottiche e sensibilità diverse, anche l'attualità. Per questo, «a sessant'anni dalla sua uccisione», come ricorda nelle pagine che seguono il sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo, «non è giustificata la rimozione totale di quello che Gentile ha fatto». E Gentile ha fatto anche molto altro: «è stato un filosofo del cambiamento», come ha ricordato nel suo intervento Lodovico Pace, «un pensatore che faceva riferimento al Risorgimento, un movimento che non si era concluso con la Prima guerra mondiale». Un filosofo che “si sporcò le mani” con la politica quando, come ha ricordato Gennaro Malgieri, sarebbe stato molto più facile restarne lontano: «Giovanni Gentile avrebbe avuto tutto da guadagnare, senza compiere fino in fondo quella scelta che lo avrebbe portato alla rovina sua e della sua famiglia». Invece Gentile è andato fino in fondo e ha pagato con la vita la sua coerenza, incarnando, come ricorda Francesco Perfetti nelle pagine che seguono, il tipo dell'uomo di cultura che «non si chiude nella torre d'avorio dei suoi studi, ma deve a un certo punto costruire e aiutare a costruire l'unità spirituale della Nazione». A 60 anni dal suo assassinio noi oggi – oggi che molte cose sono cambiate – constatiamo quanto la sua figura sia stata importante. Quanto grande sia stato il tentativo di conciliare le due Italie del Risorgimento laico di Spaventa e di quello cattolico di Rosmini e Gioberti. Quanto grande sia stato il suo impegno di organizzatore di cultura, fondatore di istituti, centri di ricerca, laboratori. Quanto grande sia il suo lascito. Ecco perché Giovanni Gentile è ancora tra noi: col suo pensiero e le sue opere. E con lui è tra noi la tradizione vivente della filosofia italiana di cui Lui fu il continuatore e il rinnovatore. Sono ancora tra noi gli Spaventa, i Gioberti, i Rosmini, i Vico. E con loro, sulle loro spalle, ci saremo anche noi. Con quegli italiani che sapranno ascoltare di nuovo la voce mai spenta del filosofo della loro nazione. Riccardo Pedrizzi |