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La vita continua, rotta verso Sud

Avremmo potuto continuare a parlare e scrivere di terrorismo, di attentati, di stragi, di immigrazione selvaggia, di Islam e di bombardamenti, di Turkia e Siria, Irak e Libia. Avremmo così fatto il gioco del “nemico” vogliamo invece ricominciare a pensare al nostro Paese, al nostro destino di comunità nazionale, alle nostre possibilità di crescita e di sviluppo. Per questo facciamo “Rotta verso Sud”. (La Redazione).
Il Rapporto Svimez (l'Istituto che da decenni ogni anno fotografa la situazione del nostro Mezzogiorno ed al quale la stampa riserva di solito qualche articolo solo per qualche giorno), questa estate con una frase ad effetto “Il Sud fa peggio della Grecia” è riuscita ad ottenere le prime pagine dei quotidiani e più attenzione dei mezzi di informazione solo perché lo scrittore Roberto Saviano, con una lettera aperta a Renzi ha chiesto se e chi farà qualcosa per questa parte del Paese in cui «il lavoro è come nel 1977, le nascite come nel 1860. L'aumento esponenziale dell'immigrazione coinvolge sopratutto i giovani più brillanti».
Eppure i segnali, gli allarmi, gli appelli degli istituti di ricerca, degli studiosi e di chi conosce bene la situazione in cui versa il nostro Mezzogiorno non sono mai mancati sopratutto dall'inizio della crisi del 2007, da quando, cioè, tutti i dati a disposizione segnalano che il divario tra Nord e Sud va sempre più allargandosi.
In effetti sono decenni che l'allarme viene lanciato, con la conseguenza che allarma oggi, allarma domani, poi alla fine nessuno più ascolta.
La verità è che il Mezzogiorno non è più nell'agenda politica e nel dibattito culturale ed è scomparso del tutto come «questione», nel momento in cui si è dissolto lo Stato nazionale.
Esistono, in verità segni della crescita di una rete di piccole e medie imprese (filiere e distretti industriali), ma il divario mediamente c'è e questo divario tra Nord e Sud ci appare come la risultante di un dato storico e antico.

La fuga verso il Nord
Per questo si va via e si fugge, come ha dimostrato anche la ricerca “AlmaLaurea” che, con il suo XVII Rapporto, metteva sotto osservazione, in particolare, il profilo e la condizione occupazionale dei laureati. Da questa ricerca emerge chiaramente che più disagiata è la condizione di partenza più cresce la necessità di cercare lavoro prima ed il prima possibile, ed è più difficile trovarlo, sopratutto in tempi di crisi ed al Sud.
Ancora nel dicembre del 2014, come scrisse su “Il Sole 24 Ore” Alfonso Ruffo, furono emessi altri verdetti negativi dalla Fondazione Res, dal Censis e dalla Banca d'Italia. Il Censis suggerì come la comunità si andasse sempre più parcellizzando in gruppi chiusi, separati e non dialoganti. La Fondazione Res spiegava che resta un'incompiuta la cooperazione tra imprese.
Successivamente arrivò, una vera e propria “condanna” con un saggio per i tipi di Rubbettino, che individuava la causa dei mali del Sud negli stessi meridionali, in particolare nella loro scarsa attitudine a rispettare le regole, nella scarsa fiducia reciproca, nel sospetto e invidia sociale, nel familismo amorale e poi nell'evasione fiscale e contributiva, nell'assenteismo per malattia, nell'inflazione dei diplomi e delle lauree, nel mancato pagamento delle tariffe del trasporto pubblico locale.

La colpa è sempre degli altri
A queste miriadi di difetti o, quantomeno di mancanze di qualità etiche, civiche e sociali si aggiunge un fattore che, oltre al clientelismo, la corruzione, il diffuso basso livello d'istruzione, ci accomuna veramente alla Grecia ed è “la cultura del piagnisteo”, con la tendenza d'addebitare tutti i guai del Mezzogiorno all'azione di forze esterne.
Se le cose vanno male, - ha scritto Luca Ricalfi sul “Il Sole 24 Ore” - è sempre colpa di qualcun altro: la storia, l'unità d'Italia, i piemontesi e l'occupazione, l'Europa, il Nord e il governo centrale. La politica nazionale ha ovviamente le sue responsabilità, ma si dimenticano le gravissime responsabilità delle classi dirigenti locali e sulla connivenza che la gente del Sud ha nei confronti di queste.
Proprio per questo siamo obbligati a dar ragione persino al Premier Matteo Renzi quando dice alla direzione del PD, convocata per affrontare l'emergenza Sud dopo i dati del rapporto Svimez: “Se il Sud è in difficoltà non è colpa di chi lo avrebbe abbandonato. La retorica del Sud abbandonato è autoassolutoria. L'autoassoluzione è un elemento che concorre alla crisi del Mezzogiorno”.
Vediamo ora nel dettaglio quale è la fotografia del Mezzogiorno che emerge partendo dalla situazione demografica all'occupazione.
L'anno scorso il numero dei bambini nati (174 mila) ha toccato il punto più basso non dall'inizio della crisi, ma addirittura dall'Unità d'Italia. E a compensare il calo non sono bastati nemmeno i figli degli immigranti. Nei prossimi 50 anni il Mezzogiorno perderà 4,2 milioni di abitanti, più di un quinto della sua popolazione. La composizione della sua popolazione è un fattore preso sempre poco in considerazione, ma estremamente importante. Le famiglie numerose erano l'unica ricchezza del Sud, da sempre. Ed i figli rappresentavano la vera e sicura assicurazione per le generazioni che invecchiavano, che lasciavano il lavoro e diventavano non autosufficienti. Quanti più figli si facevano più sicura era la vecchiaia. Ora, anche da questo punto di vista, il Sud d'Italia ha imboccato una strada senza ritorno: quella dell'invecchiamento demografico e dello spopolamento.
Ad accentuare gli aspetti problematici della denatalità è anche la persistente emigrazione dei giovani che contribuisce a rendere maggiore il peso relativo degli anziani sulla popolazione.
Di questo capitale umano e sociale il Sud avrebbe avuto bisogno per svilupparsi ed invece lo sta perdendo.
Per quanto concerne la condizione lavorativa e l'occupazione: al Sud lavora solo una donna su cinque. Nel 2008-20014 ha perso 622 mila posti di lavoro tra gli under 34 e ne ha guadagnati 239 mila negli over 55, con un tasso di disoccupazione under 24 che raggiunge il 56%. L'occupazione nel periodo (2008-20014) è caduta del 9% a fronte dell'1,4% del Centro-Sud; sono scomparsi cioè 576 mila posti di lavoro. Gli occupati nel Mezzogiorno scendono a 5,8 milioni ovvero il livello più basso dal 1977.

L'economia in depressione
E veniamo ai dati economici più significativi.
Nel Mezzogiorno il Pil complessivo è sceso del 9%, quello procapite è sceso al 53,7% rispetto al dato nazionale: Italia euro 26.585, Sud 16.976. La ricerca “Check-up Mezzogiorno” rileva che se il Sud crescesse da oggi al ritmo stimato per l'Italia arriverebbe al livello del 2007 solo nel 2015. I consumi di una famiglia meridionale inoltre sono il 67% di quelli di una famiglia del Centro-Sud. L'indice di produttività degli occupati del Sud già all'inizio della crisi era inferiore di 18 punti alla media nazionale.
Gli investimenti fissi lordi tra il 2008-2014 (-38,1% al Sud e -27,1% al Nord) nell'industria sono calati tre volte di più che nel Centro-Nord e quattro volte di più in Agricoltura.
Questo sta a significare che tutte le misure fino ad oggi adottate non sono servite per niente al Mezzogiorno d'Italia, nemmeno le varie leggi di stabilità.
A questo punto solo i fondi europei del ciclo di programmazione 2014-20120 potrebbero rappresentare l'unica opportunità di investimento in grado di invertire una tendenza che appare inarrestabile.
Ma l'esperienza del passato non fa prevedere nulla di buono, vista la scarsa capacità delle amministrazioni locali meridionali.
La vera criticità della spesa infatti non riguarda soltanto la quantità di risorse disponibili, ma la qualità della progettazione. I fondi per il Mezzogiorno non sono mai mancati per la verità, ma né le amministrazioni locali né i tecnici (ingegneri, commercialisti, tecnici in genere) sono stati capaci di scrivere domande di finanziamenti e di fare progetti, che Bruxelles ha approvato.
Ma questo non può bastare perché occorre cambiare prospettiva. Scrive Massimo Lo Cicero in: “Sud a perdere? Rimorsi, rimpianti e premonizioni”, (Rubbettino, 2010, p. 151.) «La teoria della crescita insegna che la prima fragilità dei deboli nasce dalla perdita della conoscenza accumulata nelle proprie radici”.
E dunque, bisogna riportare alla luce tutto il patrimonio sommerso nelle miniere e nei giacimenti della nostra storia.
Infatti solo attingendo al comune bacino dell'identità può generarsi una efficace e redditizia simbiosi tra cultura e imprese: l'economia, recuperando le sue forme naturali (cosiddetta “economia della tradizione”), tornerà così ad essere espressione culturale e la cultura, dal suo canto, potrà diventare il volano dell'economia.

La genericità del Masterplan per il Sud
C'è da evitare di perdere fondi del vecchio programma (2007-13) e bisogna poi gestire quelli del nuovo (2014-20).
Ma per avviare un programma di questa portata non sarà sufficiente il famoso “masterplan” varato dal premier Matteo Renzi. Le fanfare che annunciano, infatti, la messa a disposizione di 102 miliardi di euro non possono nascondere la dura realtà, perché in effetti di questi soldi solo 5 mld. entrano nel bilancio 2016. E' vero che questi 5 miliardi avranno «un effetto leva potenziale in grado di mettere in gioco nel 2016 investimenti per oltre 11 miliardi di euro, ma di questi solo 7 per interventi nel Mezzogiorno». Tutti gli altri 95 miliardi sono solo sulla carta.
Ma se ci sono ancora da spendere i fondi strutturali europei del periodo 2007-2013 per ben 8,8 miliardi di euro, come si pensa di utilizzare quasi 100 miliardi per i prossimi anni?
Oltretutto «il principale problema non sono le risorse, ma i meccanismi di spesa: anche se la dote per il Sud fosse il doppio o il triplo di quella attuale non potrebbe essere utilizzata attraverso il tradizionale canale delle istituzioni regionali e nazionali» ha detto Enrico Wolleb, direttore di Ismeri Europa (società di consulenza della Commissione Ue).
Per questo le critiche e gli appelli sono arrivati da più parti: “Sul Sud non c'è nulla, nemmeno un pò di minestra riscaldata visto che tra le priorità strategiche c'è la fine della Salerno Reggio Calabria che non è una novità”, ha detto il sindaco di Napoli, de Magistris, commentando la Legge di Stabilità.
E inoltre: “Il notevole battage propagandistico del Presidente del Consiglio sulla Legge di stabilità non riesce ad edulcorare la dura realtà” - si legge in una nota della Cgil calabrese ed ancora, per la presidente della Cisl Annamaria Furlan “i provvedimenti che il governo ha preso sul Sud nella finanziaria sono insufficienti, ci vuole altro, ci vuole più impegno e più investimenti”.
Persino il Presidente di Confindustria, che è in luna di miele con Renzi e con il suo governo, ha dovuto ammettere che la legge di stabilità pecca di «un'insufficiente attenzione verso i problemi del Sud».
E gli fa eco Vincenzo Boccia, presidente del comitato Tecnico Credito e Finanza della stessa Associazione degli industriali, del Masterplan del governo dice: «La cornice indicata è apprezzabile, ma va riempita di contenuti. Per ogni scelta dobbiamo dire con quali risorse, con quali modalità, con quali tempi».
Il movimento 5 stelle , dal suo canto, ha diffuso una nota in cui diceva che il governo non farà mai in tempo a spendere tutti i fondi strutturali del periodo 2007-2013.
E il movimento di Corrado Passera “Italia Unica”, ha osservato come vengono venduti come merito di questo governo i 95 miliardi di fondi strutturali che sono stati stanziati da anni, ma non vengono utilizzati per le carenze in termini di progettualità da parte delle amministrazioni regionali a guida Pd (sei su sei). Persino Francesco Boccia del PD, Presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha detto che “quello dei contanti non è un tema sul quale bloccare la “Stabilità”. Ce ne sono di più importanti, il Sud a esempio. Nel testo del Governo non ce né traccia”. Per non parlare, infine, di tutte le prese di posizione critiche da parte dello schieramento di Centro-destra.
Diciamo la verità questo Masterplan Sud è, come tutti gli interventi del passato, un insieme di singoli provvedimenti, mentre ci sarebbe stato bisogno di un piano generale che mettesse a disposizione risorse vere; che stabilisse procedure precise e vincolanti, che prevedesse soggetti, enti ed istituzioni (a cominciare dalla mitica Cabina di regia) preposti a realizzare progetti, che assegnasse deleghe e competenze.
In pratica questo Masterplan non rappresenta “la svolta” che ci si attendeva e che avremmo dovuto trovare nella legge di stabilità per il 2016.

Conclusioni
Al punto in cui siamo non si può più rimanere nel vago. Bisogna avere il coraggio di impostare programmi di sviluppo tenendo presenti le peculiarità del territorio, che si prestano al potenziamento ed alla diffusione di un terziario avanzato, all'articolazione di una vera e propria trama di artigiani, al varo di piani di sviluppo turistici impostati non solo sulle bellezze naturali, ma anche sul grande patrimonio archeologico e archivistico.
Ed allora si inizi ad introdurre subito criteri rigorosi di gestione negli enti pubblici; si restituiscano la sanità e tutti gli organismi attualmente preda dei partiti a tecnici ed a professionisti preparati; si eliminino e sottraggano le varie società municipalizzate alle clientele politiche; si rendano efficienti e produttivi gli istituti preposti alla formazione delle risorse umane; si attivi la collaborazione con le associazioni di categoria delle imprese.
Bisognerà però partire prima di tutto dalla moralizzazione della vita amministrativa locale, che dovrà essere sottratta alle attuali infiltrazioni malavitose e liberata dalle lottizzazioni partitiche e clientelari.
In breve la bonifica del territorio dovrà accompagnarsi alla bonifica morale.

Riccardo Pedrizzi