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La nuova Via della Seta: un'opportunità o un suicidio

Si è tenuto nei giorni scorsi il meeting su "Le banche e l'Europa. Quale prospettive per il credito alle famiglie e alle imprese", organizzato dalle Fondazioni Farefuturo e New Direction, con la partecipazione dei principali attori del sistema bancario che si sono confrontati con parlamentari e rappresentanti del sistema delle imprese e dei risparmiatori. Hanno Partecipato, tra gli altri, Alberto Bagnai, presidente Commissione Finanze Senato, i sen. Andrea De Bertoldi e Franco Zaffini, Letizia Giogianni, presidente della Associazione risparmiatori truffati dalle banche, Gianluca Brancadoro, presidente Comitato sorveglianza Carige, Augusto Dell'Erba, presidente FederCasse, Beniamino Quintieri, presidente Sace, Riccardo Pedrizzi, presidente Comitato scientifico nazionale UCID.

Nel corso del meeting sono state anche presentate due proposte di legge volte a "sanare" la crisi creditizia e sociale determinata dalla grande crisi, sia sul fronte dei NPL che delle case all'asta.

La prima proposta riguarda appunto i crediti deteriorati ceduti a terzi, per i quali si prevede la possibilità per il debitore di riscattare il proprio NPL con modalità concordata e ad un valore definito nella procedura già attivata dalla banca per la cessione del NPL.

La seconda proposta consente ai titolari di prima casa posta all'asta di potersi riappropriare del bene attraverso una procedura concordata con la banca.

Di seguito riportiamo l'intervento del Sen. Riccardo Pedrizzi, Presidente Nazionale del Comitato Tecnico Scientifico dell'UCID.

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Il premier Giuseppe Conte, ricevendo il premio Donato Menichella al Senato ha assicurato ai risparmiatori “la liquidazione diretta o comunque rapida degli indennizzi a tutti”, con “soluzioni innovative resistenti al vaglio della UE” ed ha anche promesso alle banche locali (Popolari e BCC) l'impegno del Governo “a fare il necessario per un loro rafforzamento nel rispetto delle regole del mercato”. Questa presa di posizione segue quelle di altri esponenti dell’Esecutivo che intendono riconsiderare la “riforma” delle Banche popolari e delle Banche di credito cooperativo introdotta dal Governo Renzi; poi la sentenza del Consiglio di Stato che, alla fine di ottobre, ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea la decisione sulla legittimità della stessa riforma; infine la recente sentenza del Tribunale di giustizia europea che ha sancito come la Commissione Ue nel 2015, bloccando la possibilità di utilizzare il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per salvare Banca Tercas, abbia operato in modo giuridicamente illegittimo, sono questi tutti fatti che pongono il sistema bancario al centro delle discussioni e del dibattito politico sia in ambito nazionale che europeo. Per tutte queste contingenze il tema della crisi e dell’evoluzione del sistema bancario è tornato prepotentemente d’attualità nel nostro Paese

 

Difesa del sistema bancario italiano e della sua biodiversità. Alla base delle “riforme” – introdotte, singolarmente, solo in Italia negli scorsi anni - era il mainstream basato su una logica dimensionale: per essere più competitive e più solide, - si diceva - le banche, “devono essere più grandi”. Gli sviluppi recenti vanno invece in controtendenza rispetto a questa logica.

Il sistema bancario italiano, con il Testo Unico Bancario del 1993, già era stato oggetto di una serie di trasformazioni che ne modificarono profondamente la fisionomia. Negli ultimi 25 anni, infatti, il numero delle banche è sceso da 1.156 a 538 (per le Banche Popolari cooperative le operazioni di fusione e di acquisizione, in questi anni, sono state più di 200). La ratio della spinta agli accorpamenti è quella di evitare la colonizzazione del nostro sistema bancario. Ma non è così per due ordini di motivi. Primo: non si capisce come mai tale circostanza dovrebbe essere vera per l’Italia e non per altri Paesi nei quali, per le banche italiane, è estremamente difficile, se non impossibile, mettere anche piede. Secondo: il processo di “colonizzazione” è già in essere con alcuni istituti completamente, o quasi, passati di proprietà a gruppi esteri. (Per fare un esempio che riguarda le Popolari, il peso dei fondi esteri nelle banche trasformate “coattivamente” in SpA, è raddoppiato, passando dal 18% del 2014, precedente alla riforma, al 36% del 2018). I problemi del sistema bancario sono da ricercare altrove, non certo nella dimensione degli istituti di credito. Il mercato investe se le banche sono efficienti. Le banche italiane hanno dimostrato di esserlo continuando a supportare il tessuto produttivo e operando malgrado una regolamentazione che, nel frattempo, ha fissato parametri di misurazione del rischio penalizzando gli istituti di credito tradizionale e favorendo quelli del Nord Europa che operano sui mercati finanziari e su quello dei derivati. Una distorsione corretta in parte negli ultimi stress-test da cui proprio alcune banche tedesche, francesi ed inglesi sono uscite con valutazioni peggiori rispetto al passato. Se poi si analizza il peso delle crisi bancarie sui conti pubblici dei singoli Stati le cose, per il nostro sistema bancario, stanno ancora meglio. Lo conferma direttamente la Banca d’Italia secondo la quale “i salvataggi bancari incidono profondamente sulle finanze pubbliche di molti Paesi europei: alla fine del 2011 l’impatto sul PIL era pari a ben 48 punti percentuali in Irlanda, 11 in Germania, 7 in Olanda e Belgio; a 4 punti di PIL ammonta il prestito europeo chiesto a questo scopo dalla Spagna nel 2012. In Italia l’intervento pubblico sul sistema è stato minimo, con una quota pari ad appena lo 0,2 per cento del PIL”. E’, dunque, necessaria una più efficace difesa, rispetto al passato, del sistema bancario nazionale italiano che è costituito da banche grandi, medie e piccole, da Spa, da banche del territorio e da banche popolari, da BCC. Insomma un sistema ancora sano perché basato sulla biodiversità.

 

La mancata e non puntuale applicazione del principio di proporzionalità ha fortemente indebolito il sistema bancario italiano dal 2011 in poi. Tale principio è esplicitamente previsto dal Trattato sull’Unione Europea ed è basato sulla contemporanea sussistenza di tre condizioni: la necessità della disposizione, l’adeguatezza della stessa all’obiettivo regolamentare e la proporzionalità in senso stretto della sua applicazione. La normativa prudenziale riconosce che nei diversi Paesi dell’Eurozona sussistono diverse tipologie di intermediari creditizi e finanziari e che tali diversità siano ascrivibili a varie metriche di classificazione, come nel caso della dimensione, della forma giuridica (banche S.p.A., cooperative a mutualità prevalente e non prevalente, ecc.), della sfera territoriale di operatività (banche di rilevanza sistemica interfrontaliera, banche di rilevanza nazionale, banche locali, ecc.), del modello di business e della complessità operativa a questo collegata (banche dedite all’intermediazione, banche d’affari, banche specializzate su specifici comparti di attività come il leasing, le gestioni patrimoniali, ecc.), del livello di propensione aziendale al rischio. Il principio di proporzionalità dispone che la regolamentazione tenga conto della diversità degli intermediari a cui viene applicata, dettando regole e vincoli opportunamente graduati in funzione del livello di rischio che l’azione di detti intermediari può sviluppare nel compromettere la stabilità del sistema in cui operano. Regole e vincoli uguali per tutti - tanto per gli intermediari fortemente propensi alla “finanziarizzazione” degli impieghi come quelli che hanno dato origine alla recente crisi internazionale, quanto per le banche retail a vocazione localistica dedite al finanziamento delle realtà economiche nei territori di riferimento - disattende il principio della proporzionalità proprio perché omette la considerazione del diverso “rischio sistemico” degli intermediari. L’omogeneità delle regole, deve essere valutata positivamente, tuttavia, deve tener conto delle specificità giuridiche, operative e organizzative degli intermediari, ponendo attenzione al pluralismo delle forme d’impresa che rappresenta un valore di democrazia economica ed una risorsa per gli stessi mercati finanziari e creditizi. In particolar modo per gli intermediari di piccole dimensioni caratterizzati da una forma giuridica e da un modello operativo non finalizzati in modo prevalente alla massimizzazione del profitto, è opportuno che la regolamentazione non introduca adempimenti eccessivamente onerosi e complessi che potrebbero comprometterne la stabilità e pregiudicare la loro funzione economica e sociale a sostegno dei territori. Di nuovo, il tema della biodiversità diventa strategico. Proprio ieri è apparso su “Il Sole 24 Ore” la consultazione del Financial Stability dalla quale risulta che Basilea 3 sta affossando le PMI.

 

La libera concorrenza del mercato dovrebbe essere un principio tutelato e difeso dalle istituzioni europee. I segnali sull’andamento dell’economia e la previsione del Prodotto Interno Lordo italiano, registrano una situazione allarmante dovuta ad una stagnazione che sta facendo scendere progressivamente la stima del PIL dall’1,2 allo 0,2 per cento (Commissione europea) e addirittura a -0,2 % (OCSE), rendendo totalmente sballata la previsione governativa del +1,5% per il 2019. Il PIL risente del calo della produzione industriale. E' vero che non è una performance isolata nel panorama europeo e comunque, al di là dell’aspetto quantitativo, per ciò che riguarda l’economia italiana, è necessaria un’analisi sul piano qualitativo. La nostra economia, come sempre è stato nel corso della storia, continua a essere trainata dai distretti industriali e dalle piccole e medie imprese che rappresentano il 70% del valore aggiunto prodotto e nelle quali si concentra, ancora oggi, l’80% dell’occupazione. Ma perché questo sistema possa tornare a dispiegare effetti positivi è necessario rimettere al centro il tema di una più efficace tutela della concorrenza e dell’applicazione delle regole che definiscono la concorrenza in maniera equilibrata nei confronti delle Piccole e Medie Imprese. Questa struttura dell’economia italiana conferma il contributo e il legame con il sistema creditizio ed in particolare quello del Credito popolare e delle BCC. La recente sentenza del Tribunale di giustizia europeo sul caso Banca Tercas-Popolare di Bari ha mostrato un clamoroso paradosso relativo al tema della libera concorrenza. La burocrazia europea – in questo caso la Commissione Ue sulla concorrenza - istituzionalmente preposta ad allontanare e risolvere problemi, a prevenire danni, a rendere più efficace il libero e pieno svolgimento dell’economia, appunto la libera concorrenza, quella burocrazia, il cui funzionamento richiede ingenti costi che ricadono sistematicamente sulle tasche dei contribuenti europei, si è tramuta nel suo esatto contrario: “una fabbrica” di problemi e danni. Su questo aspetto potrebbe lavorare la Commissione d'inchiesta sulle banche di recente istruzione.

 

La specificità del ruolo del Credito popolare nell’economia. Sono ancora drammaticamente evidenti gli effetti della crisi economica che ha indebolito il nostro Paese con un crollo di oltre il 10% della produzione industriale. Se guardiamo al futuro, la nuova congiuntura non facilita la situazione ma, al contrario, rende lo scenario ancora più incerto. In questo contesto è importante segnalare e puntare su ciò che è positivo. Ad esempio sullo stato di salute delle Banche Popolari e sul suo sostegno all’economia reale, con una importante solidità, dato da una crescita degli impieghi di circa l’1 per cento e dei depositi del 2,4. Con nuovi finanziamenti alle Piccole e Medie Imprese che hanno raggiunto, nel 2018, i 27 miliardi di euro e quelli per l’accensione di nuovi mutui 13 miliardi di euro dimostrando l’impegno delle “Popolari” verso le realtà produttive ed il tessuto sociale delle aree in cui sono presenti ed operano. Gli andamenti degli aggregati patrimoniali, analoghi a quelli dell’intero sistema creditizio, confermano una particolare attenzione di tali istituti nei confronti delle piccole e medie imprese e delle famiglie, da sempre loro clienti di riferimento. Questi dati relativi alle Popolari italiane servono anche a spiegare il successo di questa “specificità” italiana del sistema creditizio e del perché essa sia una realtà che va oltre i confini del nostro Paese. Con le banche di prossimità di realizza e si rafforza oltretutto il circuito virtuoso: lavoro – risparmio – credito – investimenti.

 

I non performing loan (NPL), ovvero le sofferenze bancarie si stanno notevolmente riducendo nell’Eurozona, passando, negli ultimi cinque anni, da 1.000 miliardi a poco più di 650. Il risultato, di certo positivo e da annoverare tra i meriti dell’Unione bancaria, può essere considerato uno dei pochi obiettivi realmente raggiunti dall’Europa in quanto tale. Al positivo risultato ha senz’altro contribuito l’Italia con un ottimo lavoro di “pulizia” tanto che i crediti deteriorati, che a fine 2015 erano 341 miliardi, ammontano oggi a circa 200 miliardi. Nel 2017 le banche italiane hanno abbattuto il 44% del valore dei Npl che detenevano, attraverso procedure interne ordinarie, il 26% attraverso cessioni. Anche le Popolari italiane hanno fatto la propria parte riducendo lo stock degli Npl netti negli ultimi tre esercizi di altri 3 miliardi di euro con Npl ratio netto ridotto dall’11,8 al 7,5 per cento in una cornice positiva anche per ciò che riguarda la solidità patrimoniale (ampiamente superiore ai requisiti minimi richiesti dalla Vigilanza), i crediti alla clientela (+2% negli ultimi mesi del 2018) e i depositi (+3,4%) a conferma di un consolidato trend positivo. Malgrado questi risultati positivi i “regolatori” non si accontentano sottolineando come il livello dei Npl lordi italiani sugli impieghi totali del 9,4 per cento sia ancora troppo lontano dalla media europea del 3,4. Anche se questa media è condizionata per i due terzi da un business-model “nordico” più sbilanciato verso attività finanziarie rispetto a quello prevalente nel nostro Paese maggiormente finalizzato verso il credito all’economia reale. Non bisogna però dimenticare che la causa delle sofferenze è stata ed è una crisi economico-finanziaria mondiale senza precedenti. Dietro le sofferenze ci sono soggetti economici in difficoltà e, dunque, la vendita delle sofferenze ha un elevato costo sociale fatto di famiglie e imprese che divenute insolventi, nella maggioranza dei casi per cause a loro esterne, escono dai circuiti finanziari legali e rinunciano a svolgere il proprio “ruolo economico”. Per risolvere alla radice questo problema è necessario un forte intervento di politica economica che punti alla crescita: il mercato delle “sofferenze e degli incagli”, sempre più florido e redditizio, non aiuta certo l’economia reale. Per il solo 2019 si stima viaggi attorno a 50 miliardi di transazioni, dopo i 71 del 2017 e i 66 del 2018 facendo gola ai pochi e grandi operatori che, naturalmente, puntano unicamente a massimizzare il profitto acquistando a prezzi sempre più bassi. Da qui l'importanza del DDL presentato.

 

Conclusioni

Il nostro Paese deve rimettere al centro l’obiettivo della crescita dell’economa facendo attenzione alla sostenibilità economica delle proprie regole le quali non possono limitare ulteriormente la possibilità da parte delle banche di erogare credito alle imprese (soprattutto medie e piccole) e alle famiglie per rilanciare i consumi. Non è più pensabile una stabilità bancaria avulsa dallo stato dell’economia. Serve tenere insieme le due cose. Per questo l’adeguamento delle regole ai principi di proporzionalità e sussidiarietà risulta, oggi più che mai, essenziale. La varietà degli istituti con le sue differenze strutturali, quantitative ma soprattutto qualitative degli istituti di credito, dovrà essere considerato un punto di forza. E’ necessario impedire che l’Europa, come pure è avvenuto, diventi un ostacolo in questo percorso di ripresa.

Riccardo Pedrizzi