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La cultura della vera pace

Oggi la parola più evocata negli incontri religiosi, culturali e politici e nelle manifestazioni di piazza è “pace”, anche se poi finiscono in tafferugli e scontri con le forze dell'ordine.

Sotto il profilo etimologico, “pace” deriva dal termine latino pax, pacis, la cui radice pac ha in sé l'idea del “fissare” una condizione di stabilità e di armonia scaturente da un pactum (patto) e quindi indica la certezza basata su accordi stipulati ed accettati.

Eppure la storia è costellata di continue guerre: persino le prime storie degli uomini narrate dai libri sacri, nonché la stessa Bibbia, sono insanguinate da conflitti, da parricidi o fratricidi (come il caso di Caino contro Abele). Inoltre, i trattati di pace conseguenti alle guerre appaiono spesso, alla luce degli eventi successivi, mere concessioni di tregua, poiché – come osservava Edmund Burke - “la forza aggioga per il momento ma non elimina il pericolo di essere costretti a ricominciare la guerra di nuovo” (Speech on conciliation eith the colonies, 1775).

Si può così comprendere perché il filosofo inglese Thomas Hobbes abbia definito la pace come “la cessazione dello stato di guerra” e ne abbia individuato il garante non nell'uomo, verso il quale aveva una profonda sfiducia, ritenendolo portato per natura alla sopraffazione dei simili (homo homini lupus), bensì nello Stato, che con le sue leggi può fermare l'istintiva conflittualità umana.

In effetti, dal secolo scorso, le costituzioni delle società democratiche e le organizzazioni internazionali si sono poste come obiettivi quello di assicurare la pace e la giustizia (si pensi ad esempio, a quanto è affermato nell'art. 11 della Costituzione italiana) e quello di praticare la tolleranza e vivere in pace (Carta delle Nazioni Unite). E' innegabile, però, che molte nazioni democratiche, sebbene abbiano ripudiato la guerra come mezzo di aggressione, si siano attrezzate e predisposte ad essa per difendersi da eventuali aggressioni di altri Stati. Costituisce un'evidente conferma di quest'orientamento, che poi non è del tutto nuovo (si vis pacem, para bellum: se vuoi la pace, prepara la guerra – Vegezio) e rende certamente utopistica la prospettiva di ogni tipo di disarmo, la ridenominazione dei ministeri della guerra in ministeri della difesa, operata all'indomani del secondo conflitto mondiale.

La storia, e mi riferisco in particolare a quella più recente, ha però dimostrato che gli sforzi degli Stati, concretizzatisi nelle dichiarazioni e nelle costituzioni, sono sufficienti da soli a garantire la pace. Perciò, al fine di arginare l'insana e deleteria tendenza umana a far la guerra, si rende necessario anche promuovere e diffondere tra gli uomini una cultura della vera pace attraverso:

l'educazione alla pace, nelle sue molteplici espressioni di educazione al rispetto della vita, alla non-violenza e alla tolleranza, quest'ultima intesa non solo nell'accezione – di stampo riformistico – di coesistenza pacifica tra varie confessioni religiose, ma anche – lato sensu – come accettazione di ogni forma di libertà morale, politica e sociale;

la caritas, che intesa come amore attivo nei confronti dei prossimo, dovrebbe essere il primo imperativo e la prima virtù del cristiano;

la fraterna convivenza, a cui esorta il Vangelo come condizione di vita perfetta, e la solidarietà sia verso le singole persone, come cultura dell'accoglienza del diverso e dello straniero, perché tutti gli uomini sono fratelli, figli dello stesso “Padre che è nei cieli” (Mt 5,45), sia verso i popoli, poiché “le nazioni sviluppate hanno l'urgentissimo dovere di aiutare le nazioni in via di sviluppo”: la pace, infatti, “non si riduce a un'assenza di guerra, frutto dell'equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno dopo giorno, nel perseguimento d'un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini” (Paolo VI, enciclica Popolorum progressio, 1967);

la giustizia, che, insieme alla verità, all'amore e alla libertà, forma i “quattro pilastri che sostengono l'edificio della pace” (Giovanni XXIII, enciclica Pacem in terris, 1963): il riconoscimento dei diritti e dei doveri è infatti una condizione indefettibile per vivere in pace e per promuovere la pace stessa.

Solo quando tutti gli uomini faranno propria questa cultura della pace, interiorizzandone i contenuti, la pace cesserà di essere un anelito e un'utopia ed il nostro diventerà davvero “il migliore dei mondi possibili”.

Riccardo Pedrizzi