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JAOAQUIN NAVARRO-VALLS - Ricordi, scritti, testimonianze

Navarro Valls e Giovanni Paolo II

Il merito di Paolo Arullani è quello di aver "pensato" a questo libro, ma sopratutto di averlo scritto in modo che sembri che Joaquin Navarro Valls continui a parlarci, a riproporci le sue riflessioni, a darci ancora delle indicazioni, recuperando e riportandoci pensieri e parole di quello che è stato - secondo chi scrive - il più grande Papa del nostro tempo: San Giovanni Paolo II.

E riesce a farlo, l'autore del libro,attraverso ricordi anche se frammentari ma spontanei e facendo parlare qualche amico di Navarro: il Cardinale Stanislaw Dziwisz; Gianni Letta; Beatrice Lorenzin già Ministro della Salute; Sergio Marchionne; Mario Moretti Polegato, imprenditore di successo.

Da questo libro emerge, infatti – e Dio sa quanto sia necessario ed importante in questo particolare momento che sta attraversando la Chiesa ed il mondo cattolico – e viene ricordata, attraverso le parole riportate e gli scritti riproposti di Navarro, la figura gigantesca di Giovanni Paolo II.

Ancora una volta i due personaggi si completano ed appaiono inscindibili. Pensare all'uno ci porta inevitabilmente a pensare all'altro.

Voglio, però, in questa segnalazione del libro di Paolo Arullani soffermarmi solamente su due aspetti della figura di Navarro: il primo riguarda il ruolo che ebbe come direttore della Sala Stampa del Vaticano e come portavoce di Giovanni Paolo II, ed in parte, di Benedetto XVI sulla scena internazionale, legato peraltro ad una mia esperienza personale.

Arullani lo accenna solamente nel suo libro, riferendosi all'apporto determinante che Joaquin dette come rappresentante della Santa Sede alla Conferenza delle Nazioni Unite al Cairo nel 1994, a Copenaghen, a Pechino (1995) ed a Istambul (1996) per tentare di raddrizzare la deriva antinatalista ed abortista.

E' alla Conferenza del Cairo che ebbi continui contatti con Navarro, che lo conobbi bene, tanto che mi aiutò a far assumere alla delegazione italiana, guidata dal Ministro della famiglia, Antonio Guidi, praticamente, le stesse posizioni della Santa Sede. Mi piace ricordare che nella delegazione italiana c'era anche l'attuale Presidente del Senato Elisabetta Casellati.

Rileggendo oggi le dichiarazioni di Navarro e del Capo delegazione vaticana, che era Mons. Renato Martino, poi diventato cardinale, si possono fare immediatamente alcune riflessioni: in quei tempi appariva profetico affrontare la questione demografica con forza, individuando senza alcun timore reverenziale e senza complessi di inferiorità le centrali antinataliste a livello mondiale: Usa (Al Gore ne era il rappresentante), Banca Mondiale, l'Organizzazione mondiale della sanità, la Fondazione Rochefeller ecc. ecc. Centrali potenti e ricchissime molto attive sullo scacchiere internazionale. Navarro si pose subito in aperta contestazione a questa lobby potente e pervasiva ed arrivò al punto di richiedere ufficialmente un resoconto dettagliato su come venissero spesi e distribuiti i soldi raccolti per i Paesi in via di sviluppo.

All'inizio della Conferenza la posizione del Vaticano era molto isolata, alla fine decine di Paesi, compresi molti Stati islamici, condivisero le tesi vaticane.

La sua fu una difesa ad oltranza della famiglia e non “delle famiglie”. Alla famiglia naturale riteneva che bisognasse riservare risorse per combattere la mortalità infantile, la mortalità delle donne, per l'educazione, che l'ONU ed altri organismi invece intendevano riservare alla cosiddetta “pianificazione sanitaria” alla “salute riproduttiva” ed alla “salute sessuale”.

Obiettivi che in realtà erano il paravento per legalizzare a livello planetario, anche per le adolescenti, la pratica dell'aborto. Questa terminologia, questi termini ambigui formavano il contenuto centrale del documento proposto dall'ONU, nel quale venivano – secondo i nostri conteggi - ripetute per oltre 100 volte.

Ci accorgemmo che per ottenere finanziamenti molti Paesi erano costretti a sposare questa linea criminale, antinatalista, praticamente imposta dai Paesi più ricchi a quelli più poveri: ti do i soldi per una diga o per una ferrovia solo se pratichi tanti aborti o distribuisci tanti vagoni di profilattici.

Erano tempi – che bei tempi! - che né il Vaticano né il governo italiano avevano paura di andare controcorrente e nemmeno di prendere posizioni nette, meno che meno si aveva paura delle parole: Navarro giocava a tutto campo, tessendo la rete di contatti con mezzo mondo, “marcando” e seguendo passo passo tutti i lavori della Conferenza; il Ministro Guidi ribadiva a nome del governo italiano il “no assoluto” alla legittimazione dell'aborto; chi vi parla presentò una mozione firmata da decine di senatori e fece dichiarazioni fortissime, arrivando a paragonare i demografi dell'ONU a quelli del Terzo Reich sulla scorta di un documento del 1941 della Germania nazista, che rintracciai, analogo a quello delle Nazioni Unite; 32 associazioni familiari italiane presentarono un documento al governo italiano per esprimere la propria contrarietà ad una “politica demografica di limitazione delle nascite ed alla mostruosa legalizzazione dell'aborto”; la rivista “Tracce” di Comunicazione e Liberazione, tra le varie pubblicazioni, pubblicava uno studio che smentiva tutti gli allarmismi e le posizioni dei demografi dell'ONU. Erano – quelle delle Nazioni Unite - notizie false, fake news, come quelle che si diffondono oggi sull'ambiente da parte dei catastrofisti di turno che fanno capo alle stesse, solite lobby.

Ma – evidentemente - il merito di quella vivacità, di quell'impegno non era nostro.

Il mondo cattolico era così mobilitato – diciamo la verità – perché aveva alle spalle un Papa come Giovanni Paolo II, che ci dava forza ed entusiasmo e che sapeva scegliere i suoi collaboratori ed i suoi portavoce, molti dei quali erano uomini come Joaquin Navarro-Valls.

L'altro aspetto, l'altra qualità, che vorrei sottolineare di Joaquin è la sua sensibilità e la sua attenzione al tema della malattia e del dolore. E bene ha fatto Paolo Arullani a pubblicare nel libro il testo di una Conferenza che Navarro tenne nel 2011 dal titolo: “Sofferenza e malattia negli insegnamenti e nella vita di Giovanni Paolo II” ed uno scritto inedito del portavoce del Papa del 2015 “Paziente o Persone”.

“Negli ultimi tempi – scriveva Navarro - si è fatto sempre più evidente il processo di spersonalizzazione in tutti i settori”: la macchina ha sostituito l'uomo, il computer le intelligenze, internet i rapporti umani e la specializzazione spinta ha vivisezionato l'essere umano. Ma è sopratutto nella medicina che questa rivoluzione è rilevabile.

“Qui la scienza – scriveva Navarro Valls - sembra avere come finalità la cura di “qualcosa” - la malattia – anziché la cura di “qualcuno”, cioè la persona malata”.

Questo avviene perché la metodologia della scienza moderna consiste esclusivamente nei tre momenti/fattori dell'“osservare”, dell'“elaborazione” di “ipotesi” e del “verificare”.

E' il metodo delle scienze positive, o positiviste, e sperimentali che vede ed esamina tutte le realtà materiali, che ci stanno intorno, che vengono misurate, pesate, calcolate, quantificate. E che, indubbiamente, ci hanno portato ai risultati strabilianti che sono sotto gli occhi di tutti.

Ma tutto questo è sufficiente a far entrare in contatto il medico curante con la realtà più profonda dell'uomo ammalato?

Gabriel Marcel, il grande filosofo cattolico, autore di testi fondamentali come “Essere e avere”, “Il mistero dell'essere” sviluppa proprio tutta la sua opera su chi sia l'uomo, quale sia il significato della sua vita e la direzione della sua esistenza.

Quando viene applicato solo la metodologia positivistica e sperimentale non si corre il rischio di perdere di vista “la persona” ed ancor di più “la sofferenza” del paziente, che è sempre personale, sempre diversa da persona a persona, anche persino quando la diagnosi è la stessa?

Quando un medico ragiona solo secondo questi parametri e pensa che la vera ed unica conoscenza sia solo quella scientifica, quel medico non rischia di considerare il paziente solamente un oggetto?

L'essere umano - è questa la riflessione di Giovanni Paolo II nella lettera Apostolica “Salvifici Doloris” non è “qualcosa” ma “qualcuno”, che chiede al suo medico di andare oltre la diagnosi e la terapia e pretende persino di conoscere il significato della sua malattia, perché capisce che se riesce a dare un significato alla propria malattia forse soffre meno. Per questo chiede sempre di essere ascoltato e di non essere lasciato solo nella sua sofferenza. “Con chi soffre non bisogna avere mai fretta” ripeteva Giovanni Paolo II, a chi nelle udienze lo sollecitava ad accelerare il passo.

Proprio per questo il paziente si affida completamente al suo medico.

Oggi la specializzazione in medicina comporta che il paziente debba essere seguito da più specialisti, per cui spesso perde la consapevolezza di chi sia il “suo” medico. Sopratutto in un ospedale, in un grande ospedale, il malato può perdere l'orientamento e può avere la sensazione di essere considerato un pacco postale che viene spostato da un ambulatorio all'altro.

E Navarro ricorda nella sua relazione al Convegno: “Sofferenza e malattia negli insegnamenti e nella vita di Giovanni Paolo II” e nel suo scritto inedito, “Paziente o Persona” le opere scritte da Giovanni Paolo II: una quando ancora non era nemmeno sacerdote “La vita di Giobbe”, nel 1940, e l'altra nel 1958 “Profili di Cireneo”, ma anche il “suo straordinario libro”, come lo definisce lo stesso portavoce del Papa, “Varcare la soglia della speranza”.

Ancora una volta la riflessione di Joaquin Navarro Valls si intreccia e confonde e si alimenta del pensiero e dello spirito di San Giovanni Paolo II.

Riccardo Pedrizzi

 

Paolo Arullani, “Joaquin Navarro-Valls. Ricordi, Scritti, Testimonianze.

Milano 2018 Edizioni Ares – Euro 19,00