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Europa, è la fine di un sogno?

“l'Europa si sta dileguando, l'Europa sta precipitando” ha detto pochi giorni fa Massimo Cacciari intervistato da Linea Notte del Tg3. Non c'è più Europa non solo e non tanto perché ritornano e rinascono i muri ed il filo spinato tra gli stati dell'Unione, che pare non conoscere più cosa sia la solidarietà (non dico la fratellanza) e l'ospitalità, ma anche e sopratutto perché non sa dire una parola univoca ed unitaria e non sa affrontare la vera ed unica causa che ha generato e sta generando l'esodo biblico di popoli che fuggono dalla guerra, dalla dittatura e dalle stragi indiscriminate di donne, vecchi e bambini.
Lo ha ammesso persino Jean Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea, dinanzi al parlamento di Strasburgo, in un discorso - il primo sullo stato dell'Unione - amaro e duro nello stesso tempo che, purtroppo, ha avuto poca eco nell'opinione pubblica se non, addirittura, è passato sotto silenzio, forse proprio perché ha evidenziato la gravità della situazione che sta attraversando “un'Europa malandata” ed ha paventato i pericoli di una sua implosione: “Siamo chiari e onesti con i nostri spesso preoccupati cittadini: fino a quando c'è una guerra in Siria e terrore in libia il fenomeno dei rifugiati semplicemente non sparirà affatto”. In pratica Juncker ha detto che è la causa del fenomeno migratorio che va affrontato, e che però vede i 28 Stati dell’unione divisi sull’analisi, sulle diagnosi e sulla terapia. In pratica su tutto: sull’immigrazione, sulla crisi economica, “sulla vertenza greca”, sulla disoccupazione, ecc. ecc. “L’Unione manca di Europa. La nostra Europa manca di unione. Tutto questo deve cambiare” ha riconosciuto il Presidente della Commissione anche perché “il fatto che migliaia di persone vogliono trasferirsi in Europa per fuggire alla guerra e alla dittatura non è un fenomeno da aver paura, ma di cui andare orgogliosi”.
Questo appello alla responsabilità ed all'orgoglio di essere europei, però, cade in una congiuntura particolarmente difficile per il nostro continente, che si trova in una situazione di particolare debolezza: economica (la crisi), sociale (la disoccupazione), politica (l'eclissi della legittimità democratica), sopratutto culturale, morale e spirituale. (sembrano eclissati valori, identità e radici).
Fino alla fine del secolo scorso l'Europa era un sogno, una speranza: il crollo del comunismo e la liberazione dei paesi dell'est (finalmente, come disse San Giovanni Paolo II “L'Europa respirava a due polmoni”), l'unificazione della Germania, l'abolizione delle frontiere.
La mia generazione ancor prima, negli anni 60 e 70, aveva sognato un impero di 500 milioni di uomini dall'Atlantico agli Urali.
Poi pian piano il processo si è arrestato e sono venuti i problemi. E' rimasta separata l'unione economica e monetaria da quella politica, che non è mai arrivata; si è allargata sempre più la distanza tra i popoli e la burocrazia di Bruxelles miope e senz'anima; la tecnocrazia e il mercato hanno preso il sopravvento sulla legittimità democratica e sulla sovranità popolare.
Questo è stato possibile, da un canto, perché i Trattati che hanno costituto l'Unione Europea risultano ormai superati (il primo è proprio quello di Maastricht che cancella il livello economico ed esalta solo quello monetario); dall'altro, perché i singoli Stati non sono riusciti a fare sintesi delle rispettive storie, tradizioni, radici, sensibilità, livelli e ritmi di sviluppo, che restano distanti e diversi.
Persino i sistemi elettorali sono diversi da paese a paese. Alcuni prevedono collegi molto grandi, altri piccoli, altri non li hanno nemmeno. Alcuni paesi prevedono lunghe liste bloccate, altre liste corte, altri ancora hanno le preferenze o singole o multiple. C'è chi ha la soglia di sbarramento all'1,8 % come Cipro, chi al 3%, la Grecia, altri al 4%, come Italia e Svezia, altri ancora al 5% come la Francia. Alcuni addirittura non ce l'hanno per niente come la Danimarca, la Spagna e la Germania. In Austria possono votare i sedicenni, in Polonia ci si può candidare dopo aver compiuto 21 anni, in Romania 23, in Italia 25. L'Italia ha 5 mega collegi elettorali il rapporto tra eletto ed elettore è praticamente impossibile.

Come si vede anche il sistema con cui viene eletto il parlamento europeo contribuisce ad un Europa poco conosciuta e distante dai cittadini, dominata da una burocrazia che li deresponsabilizza.
La conseguenza di tutto ciò è che, per la prima causa (trattati superati) l'aria comunitaria si presenta come un board, un consiglio di amministrazione burocratico o guidato come una società commerciale da qualche Stato (la Germania ed i suoi alleati nordici) o, peggio ancora, da lobby finanziarie più o meno occulte.
La Unione Europea insomma - ha scritto Paolo Savona - “è un non Stato creato da non Stati che hanno solo il compito di ratificare le scelte di chi conta veramente.”
Per la seconda causa (la mancata sintesi) i valori comunitari e l'identità europea si presentano sempre più deboli, offuscati, culturalmente disarmati, proprio quando, invece, occorrerebbe presentarsi al mondo ed alla comunità internazionale e diventare un'ancora di salvataggio, un faro di civiltà, una stella polare con una forza in grado di orientare, incorporare ed integrare masse di profughi che continuano ad arrivare.
La crisi politica e culturale dell'Europa, dunque, precede la crisi economica ed anche le attuali difficoltà.
Eppure in termini geopolitici l'Unione Europea è l'unico soggetto mondiale che negli ultimi 25 anni si sia trasformata da una zona di libero scambio di piccole nazioni chiuse tra due blocchi ad una potenza formata da 28 paesi e popolata da 500 milioni di persone con un'unica moneta e un'unica frontiera.
Gli Stati Uniti impiegarono più di un secolo per introdurre il dollaro come moneta unica e per diventare una nazione ci volle una guerra civile. L'Unione Europea è stato il primo tentativo nella storia di creare un assetto istituzionale sovranazionale senza guerre e solo sulla libera adesione dei popoli.
La domanda da porsi è allora: un'altra Europa è possibile? Questa stessa domanda se la pongono sia gli euroscettici, sia gli europeisti e sopratutto i milioni di cittadini europei che molto spesso scendono in piazza per protestare, per stimolare ed anche per proporre una nuova idea di Europa. Tutti sono consapevoli che ormai ci si trovi di fronte ad un bivio, che in mezzo al guado non ci si può fermare, che bisogna fare qualcosa. E subito.
Noi abbiamo ormai un mondo nuovo dinanzi a noi che sta spazzando via Istituzioni, opinioni consolidate, usi ed abitudini, trattati ed accordi. Schengen innanzitutto, perché i confini europei non reggono più nemmeno con i muri ed il filo spinato che vengono continuamente spazzati via da masse di disperati. E niente e nessuno Stato da solo potrà fermare questa marea, nemmeno la grande e forte Germania.
Solo uniti potremmo riuscire a farcela. Solo se l'Europa si assumerà di fronte al mondo intero le proprie responsabilità. Anche quelle militari contro il fondamentalismo islamico.
Proprio per questo dobbiamo essere consapevoli che non basteranno soluzioni tecniche ed “aggiustamenti” come ad esempio le elezioni diretta del Presidente della Commissione, né basterà alleggerire lo “stupido” patto di stabilità e nemmeno “inventarsi” qualche stimolo in più all'economia reale.
Bisognerà ripensare, prima, ad un modello istituzionale di governance democratica che ridia voce ai popoli europei e, poi, 'sopratutto' bisognerà ridare un'anima al nostro continente, che non può non essere quella cristiana.
Invece si assiste ad un assordante silenzio proprio nei confronti del cristianesimo.
Giovanni Paolo II al riguardo si espresse con grande amarezza per l'ingiustificata marginalizzazione di una cultura e di una fede, che hanno fatto di noi quelli che siamo.
In Europa, in realtà è pressoché impossibile separare cultura, politica, arte, economia in una parola la vita personale di ciascuno di noi e le radici e le tradizioni cristiane. Indipendentemente dal proprio credo ideale etico e politico è veramente difficile dimenticale che i valori fondanti dell'occidente sono un'eredità del cristianesimo.
Il sogno egualitario di una repubblica universale in cui diluire le identità ideali e naturali dell'uomo e dei popoli, unitamente all'oscuramento della nostra tradizione, hanno già fatto registrare fallimenti disastrosi negli ultimi due secoli.
Per questo, non si può prescindere dall'apporto che la fede e la cultura cristiana hanno fornito e possono ancora fornire alla crescita umana e civile della società europea... e quindi del mondo.

Riccardo Pedrizzi