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Donoso Cortés l'ultimo difensore del Trono e dell'Altare

Fu proprio nel nostro Paese che apparve, nel lontano 1852, la prima versione in lingua straniera de il «Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo» di Juan Donoso Cortés, che aveva visto la luce simultaneamente ed appena un anno prima a Madrid ed a Parigi, suscitando una vasta eco in tutta Europa.

Per le sue argomentazioni rigorosamente antigiacobine e ferventemente cattoliche subito un vasto successo arrise all'opera negli ambienti monarchici e tradizionalisti del continente, tanto che lo scrittore spagnolo venne affiancato, ai due grandi pensatori della Restaurazione, de Maistre e de Bonald: «con il solo suo Saggio   fu detto   il marchese di Valdegamas s'è collocato fra il conte de Maistre e il visconte de Bonald, che potremmo quasi chiamare i padri laici della Chiesa di Roma. Come si ricorderà, nel settecento gli avversari avevano innalzato dappertutto i loro tre idoli, Voltaire, Rousseau e Franklin, chiamandoli, secondo lo stile dell'epoca, insieme serioso e ridicolo, sciatto e declamatario, "Fiaccole dell'Umanità". Noi cattolici dell'ottocento non potevamo opporre ai tre giganti della "filosofia" che due uomini, de Maistre e de Bonald, la cui statura, è vero, ben poteva valere quella dei tre: e tuttavia ci mancava il terzo. Ora l'abbiamo, il suo nome è Donoso Cortés».

Non mancarono, invero, le invettive e gli attacchi contro il “Saggio” ed il suo autore da parte sia dei progressisti che dei cattolici «liberali»; i primi vedevano, infatti, che dopo alcuni decenni di dominio incontrastato nella cultura, ora stava emergendo sulla scena europea un grande pensatore che rimetteva in discussione tutti i loro dogmi: «Per quel che concerne il parlamentarismo, il liberalismo e il razionalismo, credo, del primo, che sia la negazione del Governo: del secondo, che sia la negazione della libertà; del terzo, che sia l'affermazione della follia». I secondi, i cosiddetti «cattolici liberali», disposti come sempre   oggi più che mai   al compromesso, alla rinuncia, al dialogo, mal gradivano, come si può intuire facilmente, le prese di posizione intransigenti e scomode di Donoso che, oltretutto, andava assumendo il ruolo di un vero e proprio caposcuola nello schieramento cattolico e monarchico.

Juan Donoso Cortés era nato il 6 maggio 1809 a Valle de la Serena in Estremadura da una famiglia di ricche tradizioni aristocratiche ed a soli 12 anni entra all'Università di Salamanca ove segue corsi di filosofia. A 20 anni consegue la laurea in legge e subito gli viene conferita la cattedra di letteratura allo Studio di Càceres. Sposatosi, si stabilisce a Madrid in tempo per partecipare al colpo di stato che impedirà la successione al trono dell'infante Don Carlos, sostenuto dallo schieramento tradizionalista. La sua formazione culturale è in questo periodo, appunto, di tipo liberale e progressista, perciò inizia a collaborare a numerose riviste e frequenta molti dei cenacoli letterari che andavano per la maggiore in quel tempo.

La sua carriera pubblica brucia le tappe: nel 1835 riceve le insegne di cavaliere ed è promosso primo segretario di Grazia e Giustizia, poco dopo è capo di gabinetto della Presidenza del Consiglio, nel '36 é deputato alle Cortes.

E di questo periodo l'approfondimento degli scritti di Gian Battista Vico, attraverso i quali andrà scoprendo quel volto della società che le teorie libertarie fino a quel momento gli avevano tenuto nascosto. Le cause, però, che determinarono la trasformazione in senso antirivoluzionario e conservatore del Nostro, furono altre e disparate: innanzitutto i suoi soggiorni parigini che gli consentirono di entrare in contatto con gli uomini più rappresentativi delle correnti culturali che si contendevano il campo in quel tempo: da quella dottrinaria con i suoi Roger-Collard a quella liberal-cattolica con i suoi Montalembert, a quella tradizionalistica (incontrò a Bruxelles il padre della Restaurazione, il vecchio Metternich, sempre sulla breccia che volle patrocinare personalmente la traduzione del “Saggio” in Germania). Poi la morte del fratello a cui teneva moltissimo e che era stato un fervente sostenitore della causa carlista. Infine l'amicizia con un mistico cristiano, rimasto ancora oggi sconosciuto.

Intorno al 1850, ritiratosi ormai quasi completamente dalla vita politica attiva, si dedica alla stesura del “Saggio”, che vedrà la luce poco dopo.

«E' questa certamente l'epoca più feconda e più autentica di Donoso   come bene scrisse Giovanni Allegra nella nota biografica densa di notizie e di dati che precede la traduzione del “Saggio” per Rusconi Editore   ma è pure l'ultima di una vita che dalle prime battute alle ultime è stata come bruciata dal fuoco delle idee». Ed, infatti, Donoso Cortés muore a nemmeno quarantaquattro anni, nel 1835. (Queste notizie sono tratte dal cap. VI del libro di Riccardo Pedrizzi “I proscritti. Pensatori alla sfida della modernità” - Editoriale Pantheon).

Abbiamo già detto quanta eco ebbe l'uscita del “Saggio”, dobbiamo aggiungere, però, che se «esplosione», come lo stesso Donoso definì il successo del suo libro, vi fu questa, secondo noi, fu dovuta più al fatto che le tesi sostenutevi, da un canto sembravano dover rimettere in discussione i dogmi ed i principi rivoluzionari, ormai quasi universalmente accettati, dall'altro, ridavano respiro e speranza a quelle forze che si sentivano - ed in realtà non lo erano - battute definitivamente; «la esplosione», dicevamo, fu dovuta più a questi motivi che al fatto che qualcosa di nuovo fosse intervenuto nella tematica controrivoluzionaria.

Gli è che Donoso non è il primo di un nuovo, grande movimento antisovversivo, bensì l'ultimo grande rappresentante di quella che é stata definita l'età teologica, di quella età, cioè della quale fanno parte quei campioni del cattolicesimo e della idea monarchica nei cui scritti non si sa fino a che punto arrivi l'analisi storica, politica e sociale e dove, invece, entri in gioco la fede religiosa. Da ciò lo stesso appellativo che fu dato a questo schieramento: ultramondano; quasi a voler sottolineare come questi difensori del trono e dell'altare fossero più attenti e pensosi dell'aldilà che della realtà terrena e, quasi, a sottolineare il sostrato teologico delle dottrine ed argomentazioni.

Si è vero, fin dalla seconda metà dell’Ottocento i tempi erano mutati, la realtà sociale e politica si era trasformata, la mentalità dell'uomo moderno non sapeva prendere atto che di dati positivi, l'uomo stesso non sapeva guardare oltre la natura e perciò, forse, già allora un pensatore come Donoso Cortés era destinato ad essere «superato».

Ma oggi, oggi che tutto è diventato troppo concreto, tutto si è ridotto al dato bruto della materia, tutto e sottoposto al regno dell'economia, tutto è razionale sol che sia reale, tutto è cosi precario e transeunte, persino le idee, i principi, le stesse istituzioni «devono» adeguarsi alla realtà che cambia, oggi che tutto intorno a noi pare un cumulo di rovine, anche se vi sono grattacieli ed autostrade, oggi che persino la famiglia è insidiata, colpita, non sono forse i libri come Il «Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo» di Juan Donoso Cortés a darci la forza di alzare gli occhi al cielo e tentare di guardare al di là delle tenebre della materia alla ricerca di un raggio di luce «per niente concreto»?

Riccardo Pedrizzi

www.riccardopedrizzi.it