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A 480 anni dalla morte - Ludovuco Vives: padre della pedagogia

Era nato da famiglia ebraica convertitasi al cristianesimo dopo la «Riconquista» spagnola, il 6 marzo 1496, a Valencia, dove trascorse i primi 17 anni della sua vita, studiando, prima, al Ginnasio fondato da Papa Alessandro VI e, poi, allo Estudio General dove apprese il greco ed il latino; nel 1509 Giovanni Ludovico Vives lascia la Spagna e si reca a Parigi per frequentarvi la celebre università. E' a Bruges e poi a Lovanio ed ha contatti con Erasmo da Rotterdam tra il 1512 ed il 1523, anno nel quale si trasferisce in Inghilterra sotto la protezione della regina Caterina d'Aragona e di Tommaso Moro. Qui diviene precettore di Maria Tudor ed acquista notorietà internazionale per il suo commentario «De civitate Dei», ma nel 1529, per aver disapprovato il progetto di divorzio di Enrico VIII, viene imprigionato e poi costretto ad abbandonare l'Inghilterra di nuovo per Bruges, dove scriverà le sue opere più importanti e lo raggiungerà la morte il 6 maggio 1540.

In Italia Vives è del tutto ignorato dal grande pubblico ed anche alla maggior parte degli addetti ai lavori dice poco o niente. Eppure al suo tempo godette di enorme prestigio tra gli umanisti suoi contemporanei ed, attualmente, da alcuni specialisti del settore egli è considerato uno dei fondatori della moderna pedagogia.

Amico di Papa Adriano VI, dell'imperatore Carlo V e di Enrico VIII, docente nelle più accreditate università del tempo come quelle di Lovanio, Valencia, Parigi e Oxford con il suo pensiero Vives attuò un amalgama sorprendente ed armonioso tra valori e principi classici e fede cristiana, essendo riuscito nell'ardua impresa di realizzare una mirabile sintesi tra «philantropia» classica e «caritas» cristiana.

Per il pensatore spagnolo l'uomo è «homo homini par» solamente perché tutti siamo figli di Dio e, poiché tutti abbiamo bisogno l'uno dell’altro, è anche essere sociale ordinato al bene comune, che deve essere perseguito e prevalere su ogni interesse particolare e privato. I beni ed i frutti della terra sono stati donati da Dio all'intera umanità, in vista, appunto, del bene comune, per questo va deplorato il loro accaparramento egoistico e la loro sottrazione all'uso degli altri. Ciò non significa, naturalmente, che sia auspicabile la comunanza dei beni come andavano predicando in quell'epoca gli anabattisti (le deviazioni e gli sbandamenti teologici dei nostri giorni non sono altro che rimasticazioni di vecchie eresie), ma solamente che il diritto di proprietà deve essere inteso rettamente come «potestas procurandi et dispensandi» secondo la concezione classica recepita e condivisa dal Nostro nel suo «De communione rerum apud germanos inferiores», del 1535.

Vives, a differenza degli umanisti del suo tempo, che si rinchiudevano nella «turris eburnea» delle disquisizioni dottrinali e delle dispute dotte ma improduttive, evitando ogni impegno diretto nel mondo e nella società, ha offerto nelle sue principali opere («De concordia et discordia» del 1529 e «De pacificatione», che venne scritta tra il 1526 ed il 1529) una filosofia politica che è espressione del suo impegno di europeista e di cristiano.

Tutti i suoi scritti sono, infatti, un invito ad agire concretamente nel tessuto sociale, a non isolarsi in cenacoli accademici ed in discussioni sterili ed astratte. Ciascuno di noi fa parte   sosteneva   di un unico organismo vivente, per cui c'è bisogno di ogni membro e nessuno può sottrarsi a questa vita di comunità, pena la sua stessa sopravvivenza e la morte dell'intero corpo sociale. Per questo la nostra vita   che secondo Vives è una continua «peregrinatio»   dovrà essere una testimonianza «hic et nunc» e dovrà essere intesa come un servizio agli altri.

L’umanista cattolico perciò, era particolarmente colpito dalla frattura che si era venuta a creare nella cristianità con la Riforma protestante, non solo dal punto di vista territoriale, ma anche e soprattutto da quello spirituale. Ed attribuiva giustamente la causa principale di questa crisi profonda alla rottura dell'equilibrio interno all'uomo del suo tempo. Per questo invitava i suoi contemporanei a riparare a questa scissione ed a porre fine all'odio che covava nell'animo di ciascuno, chiamandoli tutti alla conversione interiore.

E' il peccato   come continuamente andava ripetendo Giovanni Paolo II, non le strutture o le cose   che porta alla divisione ed alla separazione, per cui è contro principalmente di esso, ed in genere contro il male, che l'uomo deve impegnarsi. Era, in fondo, l'idea stessa dell'«imperium mundi» e della «pax christiana» che fino a quel momento aveva nutrito il cuore e le menti di plebei ed aristocratici, cavalieri ed imperatori, sacerdoti e pontefici, che ora, invece, veniva messa in discussione ed in molti casi contestata ed aggredita.

In questo scontro gigantesco un grande ruolo dovrebbe svolgerlo, secondo Vives, l'uomo saggio, il sapiente, che dovrà porsi al servizio del bene comune ed agire per la salvezza del prossimo. Egli era pienamente consapevole delle proporzioni del dramma che in quel tempo stava vivendo tutto il mondo cristiano e l'Europa, in particolare, che non avrebbe non potuto generare nel breve periodo che guerre e lotte di religione fratricide.

Sia nel «De concordia» che nel «De pacificatione» emerge, perciò, tutta la sua preoccupazione per la strada che si era imboccata con la creazione degli Stati nazionali, che avrebbe certamente accelerato la decadenza dell'impero e messo ulteriormente in crisi l'ecumene cattolico.

Vives si poneva, perciò, quale antesignano di quei moderni europeisti che intravedono nell'unità politica e spirituale del nostro continente l'unica possibilità per una rinascita della civiltà cristiana.

Da questa Weltanschauung nasce il modello pedagogico vivesiano, assegnando l'umanista alla scuola una funzione pubblica e politica finalizzata al raggiungimento della pace, che deve sapersi assumere la responsabilità dell'educazione di tutti i giovani, anche di quelli poveri, orfani ed indigenti: il che per i suoi tempi rappresentava una proposta ed un orientamento a dir poco rivoluzionario; inoltre la scuola deve saper risolvere anche i problemi derivanti dalla condizione della donna, (Cfr. «De iustitutione feminae christianae», del 1523), per la quale propone un'istruzione adeguata. Per tutti invoca un'educazione che sappia tener in massimo conto la formazione morale etica della persona, essendo convinto che una educazione immorale porta inevitabilmente anche alla rovina della società.

Ne deriva che il sapere e la cultura non possono rimanere patrimonio di una cerchia di privilegiati, né essere appannaggio di pochi.

Questo significa essere al servizio del bene comune; questo vuol dire essere membra dello stesso corpo.

Da tutto ciò la sorprendente attualità di questo autore che non si capisce perché sia rimasto nel dimenticatoio fino al 1926, anno in cui è stata istituita presso l'Università di Valencia una cattedra Vives.

Attualmente con la pubblicazione di una serie di ricerche le cose, però, stanno cambiando e, seppure ancora a livello specialistico, si incomincia a fare strada l'opinione che l'influenza di Vives sul pensiero europeo sia stata veramente rilevante e significativa, offrendoci l’esempio concreto di come si possano sposare e conciliare armoniosamente i valori della Classicità con quelli del Cristianesimo.

Riccardo Pedrizzi

www.riccardopedrizzi.it