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A centottanta anni dalla morte - L'attualità dell'antistatalismo di de Bonald

Louis Gabriel Ambroise de Bonald è, forse, tra tutti i grandi autori controrivoluzionari, il più freddo, il più rigoroso, il più intransigente e, per i progressisti di tutti i tempi, il più pericoloso, perché usa le loro stesse armi, i loro stessi schemi mentali per confutare “a contrariis” le loro idee e per braccarli con i loro stessi metodi e le loro medesime argomentazioni.

Insomma prende agli avversari una parte delle loro armi e le rivolge contro di loro,.

Bonald è un pensatore corposo e dalle sue opere emerge un sistema di pensiero che ancora oggi offre, per una rifondazione della società, soluzioni veramente attuali e praticabili.

Nato il 2 ottobre 1754 a Milhau, nella regione centrale della Francia del Rouergue, da una famiglia provinciale di nobiltà di toga, che aveva avuto parlamentari e militari, Luis Gabriel Ambrois de Bonald studiò in un collegio di Parigi e poi a Juilly, da dove uscì per diventare moschettiere del re Luigi XV.

Soppresso il corpo nel 1776, rientrò nella sua città natale, ove si ammogliò e fu sindaco dal 1785 al 1790, anno in cui diventò membro dell'Assemblea del Dipartimento, a Rhodez.

Emigrò, come molti suoi compatrioti, e si stabilì in Germania, prima ad Heidelberg e poi a Coblenza, successivamente nel villaggio svizzero di Egelshoffen.

In questo periodo, Egli, che fino a quarant'anni non aveva mai pensato di scrivere, pubblica la sua opera più importante: la “Teoria sul potere civile e religioso nella società civile” che, introdotta in Francia clandestinamente, fu sequestrata e distrutta per ordine del governo.

Evidentemente il Visconte era rimasto profondamente colpito dal turbine rivoluzionario, così come lo erano stati de Maistre, che contemporaneamente, a distanza di chilometri, pubblicava le sue “Considerazioni sulla Francia”, Mallet du Pan, che ad Amburgo stampava la “Corrispondence politique”, Rivarol e l'abate Pradt che redigevano “Le spectateur du Nord” e, l'anno successivo, Chateaubriand che a Londra, faceva vedere la luce all' ”Essai sur les revolutions”. Accadeva così che senza alcun contatto, senza preventive intese, senza che nessuna parola d'ordine fosse lanciata, una gran parte della cultura del tempo sentisse il bisogno di reagire con l'impegno culturale personale all'infezione rivoluzionaria, cercando di creare intorno alla Francia un vero e proprio cordone sanitario.

Nel 1797 rientra in Francia ma è costretto a vivere nella clandestinità a Parigi per due anni, occupando questo periodo a stendere: “Divorce considèrè au XIX siècle”, nel quale la sua protesta contro il nuovo codice civile, viene inserita in una trattazione più ampia sul valore del matrimonio e della famiglia; l' ”Essai analytique sur les lois naturelles de l'ordre sociale”, nel quale viene illustrata la teoria del potere con lo scopo di creare una vera e propria metafisica politica; infine la “Legislation primitive”, che è forse la sua opera più importante per il ruolo che ebbe nella restaurazione religiosa in Francia.

Dopo la pace di Amiens, il visconte rientra nella sua città natale, Milhau, e, continua a scrivere per il “Mercure” di Fontanes, che appoggiava l'opera di Napoleone e per l'altra rivista, assai diffusa in quel tempo, “Debats”.

Benvoluto da Napoleone, torna a Parigi per essere nominato Consigliere d'Università (il nostro attuale Consiglio superiore dell' istruzione).

Con la restaurazione si impegò di nuovo sia sul versante della pubblicistica (scrive, infatti, “Recherches philosophiques sur les premiers objects des connoissances morales”, “Osservazioni sulle Considerazioni di M.me De Stael”, “I pensieri”, “I discorsi politici”, le “Mélange litteraires, politiques et philosophiques”, la “Demonstration philosophique du principe costitutif de la società” ecc. ecc.) che della politica attiva come deputato alla Camera tra il 1815 ed il 1823 e dopo, come pari di Francia.

E ciò fino al 1830, anno in cui cessa ogni attività e si ritira dalla vita pubblica, a causa della rivoluzione di luglio.

10 anni dopo, il 23 novembre 1840 si spegneva a 86 anni (1).

De Bonald e de Maistre sono sempre stati considerati due pensatori gemelli.

Come per de Maistre le “Considerazioni”, così per de Bonald la “Teoria”, fu un testo di battaglia politica contro la Rivoluzione francese e le idee che l'avevano generata: quelle della Riforma Protestante, quelle che avevano, con Cartesio, introdotto il dubbio metodico nella vita dell'uomo, facendo nascere l'individualismo, quelle di Montesquiu e di Rousseau.

Come de Maistre così de Bonald contesta che alla base della nascita della società vi sia un contratto sociale tacito tra gli uomini, perché la società è preesistente all'uomo.

Ed il potere, dal suo canto, viene prima della stessa società, perché senza di esso, senza legge, non potrebbe mai costituirsi una società.

I due pensatori, poi, sono concordi nel ritenere che la ragione umana da sola non è in grado di raggiungere e di possedere la Verità, che può essere conosciuta, invece, attraverso la Tradizione che si manifesta nella chiesa cattolica e nella sua dottrina e che trasmette, così, la rivelazione divina.

Che i due autori abbiano colto nel segno, attribuendo alla fiducia illimitata nella ragione la causa principale del dissolvimento della società politica e di quella religiosa, lo dimostra la presa di coscienza che la barbarie dei nostri giorni è quella derivante “da una ragione che si sviluppò contro Dio e contro gli uomini” e – come dichiarò il cardinale Jan Marie Lustiger, arcivescovo di Parigi -che “la tirannia è un fenomeno costante nella storia, ma oggi c'è qualcosa di peggio. I totalitarismi comparsi con l'epoca contemporanea funzionano da loro stessi, con una logica impersonale e inumana. Ciò che li caratterizza è una razionalità eretta in assoluto che si sostituisce a Dio”.

Per questo pur essendo fautore dell'unione tra società politica e società religiosa, de Bonald sostenne sempre l'autonomia del potere spirituale da quello temporale, introducendo così nelle dottrine politiche cattoliche una visione laica dello Stato.

Fu rigoroso ed intransigente critico della Rivoluzione, ma seppe cogliere il fenomeno, allora poco valutato, del formarsi per la prima volta nella storia del proletariato sempre più povero, contribuendo così a gettare le basi della dottrina sociale cattolica.

Fu fervente sostenitore della funzione sociale della religione e della Chiesa, ma riuscì ad avere una notevole influenza nel mondo cattolico anche sul piano spirituale e teologico, partecipando alla rinascita del tomismo e degli studi sulla rivelazione.

Fu uno strenuo difensore dell'autorità derivante da Dio e delle gerarchie legittime, ma seppe riconoscere le autonomie personali e le libertà e l'autonomia dei corpi sociali intermedi come elementi necessari alla vita dell'uomo, anticipando così la polemica moderna contro lo statalismo ed il totalitarismo.

Per tutto questo de Bonald, che fino ad oggi non ha avuto buona sorte nemmeno in ambito cattolico, andrebbe riscoperto e riproposto.

Riccardo Pedrizzi

 

(1) Maggiori informazioni sulla vita, le opere ed il pensiero di de Bonald si possono trovarfe nel Cap. XII intitolato “De Bonadl il sistematico” del libro di Riccardo Pedrizzi “Rivoluzione e dintorni. Dalle prime reazioni all’illuminismo alla controrivoluzione cattolica” Editoriale Pantheon S.r.l. Via Alatri, 30, 00171 Roma, euro 15,00.