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“Decreto Liquidità? Un bluff del governo, ma le banche ci marciano”

Intervista con Riccardo Pedrizzi

“Immaginate un leader della Prima Repubblica o anche della Seconda come si sarebbe comportato. Avrebbe fatto come Conte? Avrebbe chiesto alle banche di mettersi la mano sul cuore? I vari Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Antonio Segni, Francesco Cossiga, Giovanni Spadolini, Bettino Craxi, Giuliano Amato, Massimo D'Alema avrebbero davvero fatto un appello strappalacrime?”. Se lo chiede, non senza ironia, Riccardo Pedrizzi, politico navigato ed ex manager bancario, già parlamentare per 4 legislature, presidente prima della Commissione Finanze e Tesoro del Senato e poi Segretario della Commissione Finanze della Camera dei Deputati.

D: Cosa avrebbero fatto, senatore, quegli statisti più o meno autorevoli?

R: “Come minimo, avrebbero convocato il Governatore della Banca d'Italia e/o il Presidente dell'Associazione Bancaria Italiana e gli avrebbero detto cosa fare e quale corretto comportamento avrebbe dovuto tenere un settore cosi strategico per l'economia nazionale. Altro che chiedere di passarsi la mano sul cuore…”

D: Come giudica il Decreto Liquidità varato da Conte per sostenere le imprese?

R: “Della pioggia di miliardi di prestiti promessi non si vede nemmeno una goccia e le colpe sono del governo, che è del tutto staccato e lontano dalla realtà della nostra economia, altrettanto ne hanno anche tanta, troppa miope burocrazia “furbetta” di certi istituti bancari.

Neanche la garanzia dello Stato agli aiuti chiesti dalle imprese italiane, che per cifre sotto i 25mila euro copre la totalità della cifra, ha fatto decollare lo strumento che il governo Conte aveva prediposto per dare ossigeno all’economia . Si era lasciato immaginare una “potenza di fuoco” di 400 miliardi di fondi, che si sperava fossero a fondo perduto, c’era in realtà la modestia di una cifra molto inferiore (30 miliardi), da restituire”.

D: Che effetto ha sortito il decreto sull’economia del Paese?

R: “Oggi, a distanza di quasi due mesi dal varo del decreto Liquidità, centinaia di migliaia di imprenditori non hanno visto un euro e si sono visti respingere o ostacolare in modo imbarazzante le richieste di prestiti dalle banche.

D: Perché? Come?

R: Un solo numero: 21. Sono i documenti che in alcuni casi è necessario presentare solo per accedere all’istruttoria del prestito. La Regione Lazio ad esempio per un proprio prestito di euro 10.000 ne chiede 19”.

D: Quali sono le colpe di questi istituti creditizi, invece?

R: “Molte banche, a differenza di quello che auspica ingenuamente Conte (che evidentemente non ha alcuna autorevolezza), ragionano con la mano sul portafoglio, non sul cuore. Oggi la prudenza è tanta, troppa. Agli imprenditori che chiedono aiuto, le banche oppongono rischi di conseguenze penali, che sulla carta esistono. Ma che esistono per tutti coloro che svolgono un’attività di pubblica utilità. E’ difficile pretendere che lo Stato, oltre alla volgar pecunia, possa garantire anche una immunità da codice penale, pur a fronte di un’emergenza.

Poi c’è la concorrenza, la spietata lotta alla conservazione di una clientela agonizzante. In quanti, tra gli industriali, piccoli e grandi, si sono visti rifiutare l’affidamento bancario da una banca perché clienti di un’altra banca? “.

D: Molte banche hanno o stanno operando a braccio, anzi, a braccino corto?

R: Altro comportamento poco opportuno praticato da certe banche è la richiesta spesso fatta al cliente di rinegoziare il finanziamento in essere (di solito uno scoperto di c/c o un conto anticipo fatture, lavori ecc.) già in corso. Cosa significa? Che la banca ingloba nel finanziamento garantito dallo Stato la somma già erogata all’imprenditore e concede, come liquidità, solo la cifra che eccede rispetto alla precedente esposizione.

In pratica la banca accolla allo Stato il rischio di credito, trasformando un credito chirografario in un credito garantito dallo Stato, quindi sicuro”.

D: Sul fronte della fiducia, le banche hanno cambiato atteggiamento con la crisi del coronavirus?

R: “Sì, infatti vi è poi un'altra pratica/atteggiamento forse ancora più grave che si configura con la sospensione della istruttoria già in corso per affidamenti a grandi imprese da concedere quando ancora non esisteva alcuna emergenza. Infatti prima della crisi molte banche, di propria iniziativa, offrivano affidamenti a grandi imprese, anche multinazionali quotate in borsa. Arrivata la bufera hanno bloccato l'istruttoria precedente, nonostante il grande merito creditizio, per istruire un nuovo finanziamento con l'assistenza della garanzia dello Stato, spesso ridimensionando la precedente loro stessa offerta. Oltretutto a tassi che ci penalizzano se è vero che da noi viaggiano ad oltre il 2,5% mentre in Germania sono fermi all'1,5% per i prestiti oltre i 25 mila euro. In pratica molti istituti stanno “aggiustandosi” le proprie situazioni interne accollandole allo Stato e quindi a tutti noi cittadini”.

D: Il suo giudizio sull’atteggiamento delle banche è molto severo…

R: “Sì, ma non per tutte. Per fortuna esistono delle eccezioni e sono quelle rappresentate dalle banche cosiddette di prossimità ed in particolare dalle Banche Popolari.

Anche a marzo, caratterizzato dal lockdown, ad esempio, questi Istituti hanno registrato andamenti positivi. I coefficienti di patrimonializzazione si sono attestati al 16,4% ampiamente al di sopra del requisito minimo richiesto dalla vigilanza prudenziale e con un significativo grado di omogeneità tra i diversi istituti, a conferma di una solidità diffusa. Gli impieghi (cioè il credito erogato) sono aumentati a marzo del 2,1%, interessando sia la clientela famiglie (+2,8%), sia la clientela imprese (+1,8%). Sul lato della raccolta è proseguito l'incremento dei depositi, cresciuta in 12 mesi del 5,8%.

 

RASSEGNA STAMPA

FareFuturo - Pedrizzi: Bluff dei governo ma banche complici